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ARTE/ Il "bambino" di Renato Birolli ci fa diventare grandi

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Renato Birolli, San Zeno, particolare (1931)  Renato Birolli, San Zeno, particolare (1931)

La mostra "Renato Birolli. Figure e luoghi", che si aprirà il 9 marzo al Museo Ettore Fico di Torino, può essere l'occasione per ripensare a un protagonista dell'arte del Novecento e ricordarci quanto la sua pittura dei primi anni trenta sia percorsa da una dimensione spirituale.

Il verbo "ricordare" non è forse il più esatto, perché nella vasta bibliografia su Birolli (Verona 1905-Milano 1959) l'attenzione a questo aspetto della sua ricerca è sempre stata minima, se si eccettuano le note del primo e più grande dei suoi critici, vale a dire Edoardo Persico. 

Intorno a Persico, che era giunto nel 1929 a Milano, gravitavano molti giovani artisti, da Lucio Fontana a Sassu allo stesso Birolli. Persico leggeva e prestava loro libri di Maritain, della collana del "Roseau d'Or", di Péguy. E tipico dello stile di Péguy è appunto un sermo humilis che tende a riprodurre la parlata comune, con una narrazione volutamente ingenua, una sintassi elementare, un ritmo scandito da continue ripetizioni, come una filastrocca. Facciamo un solo esempio, tra i molti possibili. Ecco come Péguy, in un'opera come Il mistero della carità di Giovanna d'Arco (1910), descrive la giovinezza di Cristo: "Lavorava, era nella carpenteria. Nella falegnameria.… Suo padre era un piccolissimo imprenditore. Lavorava da suo padre. Faceva del lavoro a domicilio… Il mestiere delle credenze, degli armadi, dei cassettoni. Delle madie. Per metterci il pane. Degli sgabelli". 

E' la stessa "ingenua" attualizzazione dei temi sacri, venata di evangelico spirito d'infanzia, che si ritrova in Birolli. Per esempio nel nel San Zeno pescatore, 1931, ora al Museo del Novecento. L'opera rappresenta San Zeno, sacerdote africano poi vescovo di Verona, che secondo la tradizione guarì con tre pesci la figlia dell'imperatore Gallieno. L'invenzione poetica di Birolli non consiste nel dettaglio surreale del pastorale adibito a canna da pesca, che è ripreso dal San Zeno che ride, una statua medioevale dell'omonima basilica veronese. Nasce piuttosto dalla fisionomia popolaresca del vescovo, dal suo volto di bonario stregone, dai suoi occhi sgranati e ignari. Può sembrare poco bello questo San Zeno pescatore, ma la sua non-bellezza (almeno secondo i canoni classici) esprime meglio la sua umanità. Il Santo non è un sapiente taumaturgo, padrone dei propri poteri magici, ma il tramite inconsapevole del miracolo. Lontano da ogni intellettualismo, testimonia una condizione di inadeguatezza di fronte al mistero. E' lo stesso sentimento espresso da tutte le figure dipinte da Birolli in questo periodo che, come il principe Myskin di Dostoevskij, sanno tutto perché non sanno niente. La loro è un'umanità antieroica, sprovveduta, indifesa: una comunità di uomini-bambini, che si pongono mille domande senza risposta e sono innocenti nel senso etimologico del termine, cioè incapaci di nuocere perché incapaci di qualunque cosa.



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