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LETTURE/ Riformare la Chiesa con la vita: il "dono" di san Filippo Neri

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G.L. Bernini, Transverberazione di santa Teresa d'Avila, particolare (1647-52)  G.L. Bernini, Transverberazione di santa Teresa d'Avila, particolare (1647-52)

La svolta decisiva di Filippo (ben indagata nel saggio di G. Cassiani) consiste nell'impegno a dedicarsi integralmente alla "filosofia cristiana" ovvero al cristianesimo proposto e recepito come "un modo di vivere". In questa pratica dell'"arte della vita secondo il Vangelo" per Filippo decisivo è il riferimento ai Padri bizantini e alla necessità di individuare, come fece  "l'arte della vita antica", un luogo di esercitazione, un gymnasium: da qui scaturisce l'originalità dell'Oratorio.

La caratteristica dell'Oratorio poi era di abbracciare in prospettiva cristiana ogni dimensione della realtà.

All'inizio gli incontri degli Oratori (subito caratterizzati da una grande libertà di parola) erano costituiti da una lettura in lingua volgare, da un'omelia informale, dall'orazione vocale, di solito in canto, e infine dall'orazione mentale, a cui potevano seguire varie attività, fino alle passeggiate spirituali in una compagnia riposante e ordinata, secondo l'uso dei primi cristiani. Ai salmi verranno poi sostituiti canti in lingua volgare, arricchiti da una facile polifonia, adatti all'esecuzione corale, fedeli allo spirito se non alla lettera della Scrittura, il cui compito era di esprimere l'armonia e la concordia della comunità.

Così san Filippo Neri riprende e sviluppa la tradizione trecentesca delle laudi e recupera il senso della musica (che aveva un grande successo sia nella Roma popolare che in quella nobiliare) come "pescatrice di anime" in quanto, muovendo gli affetti, più facilmente apre il cuore alla conversione. Nascono allora laudi non più monodiche, come quelle medievali, ma costruite su una semplice polifonia e su testi in cui il volgare del Cinquecento ammorbidisce la lingua più rude dei secoli precedenti (vedi il contributo di L. Cioni), mostrando come la novità culturale possa scaturire dalla ripresa della tradizione e non solo dalla dialettica con essa.

L'idea dell'Oratorio è quella di una "palestra di vita spirituale" aperta all'intera città, in vista del superamento della frattura tra il mondo clericale e regolare, da una parte, e quello dei semplici fedeli, nella convinzione che occorra un luogo aperto a tutti, perché la via della perfezione è per tutti, dove la testimonianza e la pratica si connettono strettamente con la cultura, perché la filosofia cristiana da lui praticata ha lo stesso motto della posizione di Seneca: "La filosofia insegna a fare, non a dire".

"Dir si poteva" quindi che Filippo Neri fosse un autentico "Socrate cristiano", un uomo di fede e cultura, perché egli aveva "rispetto del volersi sempre occultare, e darsi a conoscere, non quale egli era in effetto, ma più tosto quale esso non era". Chi scrive così è Federico Borromeo, un altro suo illustre discepolo, che evidenzia come il coinvolgimento personale e il dialogo fossero per lui uno strumento fondamentale della testimonianza (oltre all'ironia e al senso dell'allegria per cui è famoso ancor oggi come "il santo della gioia").



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