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LETTURE/ Dal principe Miškin a papa Francesco, quando la bellezza porta a Dio

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A. Bierstadt, Temporale nelle Montagne Rocciose (particolare; 1886)  A. Bierstadt, Temporale nelle Montagne Rocciose (particolare; 1886)

Kalòs infatti non riguarda solo la percezione che attraverso lo sguardo e l'udito ci mostra la bellezza ma alcune qualità razionali che definiscono l'essere uomo in quanto tale. È per questo che la bellezza ha un valore di verità che va alla radice dello stesso stare al mondo. Questo valore fondante lo si può trovare nelle concrete manifestazioni, come nella realtà della natura e nel corpo umano. La bellezza terrena ha dunque per l'uomo greco un valore fondamentale perché permette di mettere in contatto il mondo con l'assoluto. Tuttavia la bellezza non riguarda solo le proporzioni fisiche ma anche la proporzione degli atteggiamenti e comportamenti, è in questo senso che il bello è anche buono. È il concetto di kalogakathía, proprietà che appartiene a chi può mostrarsi contemporaneamente bello e buono. Ma anche da solo kalòs può indicare, al di là della mera bellezza fisica, qualcosa di più profondo che coinvolge una sfera etica. Del resto nel greco moderno kalòs significa ormai soltanto buono.

Dunque andando a scegliere il termine kalòs si mescolava al concetto ebraico un pezzo dell'enciclopedia estetico/etica greca che aveva sottolineato appunto il profondo collegamento fra bellezza ed essere. Elemento questo che verrà sviluppato dal successivo platonismo così che Plotino può sostenere che il bello è "la fioritura dell'essere", in qualche modo ne rappresenta dunque il suo compimento.  

Il greco del Nuovo Testamento eredita questa ibridazione fra il concetto ebraico e quello greco. Come ricorda Ravasi, il termine kalòs  ricorre 100 volte ed è in pratica sinonimo di agathòs, con un'unica eccezione, quando Luca (21, 5) davanti al tempio erodiano di Gerusalemme dice che "alcuni parlavano delle sue belle pietre (lìthoi kaloì)". 

Dunque cosa è successo? Dal valore polisemico dell'ebraico si passa, attraverso l'innesto del concetto di kalogakathía, a uno slittamento che orienta decisamente verso un valore che lascia sottotraccia il concetto di bello. Così il termine passerà in area neotestamentaria a individuare un valore morale o un tipo di azione. Come ricorda sempre Ravasi, troviamo i concetti di "opere buone", "buona condotta", "buona coscienza", e in tutti questi casi l'aggettivo usato è kalòs. Anche quando nel Vangelo di Giovanni (10, 11-14) Cristo si definisce come "buon pastore" il termine greco per "buon" è kalòs", che ritroviamo per altri usi dell'aggettivo: ad esempio buon diacono, buon soldato, buoni amministratori, buon maestro. 

In qualche modo potremmo dire che lo slittamento concettuale rintracciabile nella storia della traduzione di tôbconferma ancora una volta, come nel caso della concezione dell'essere o del logos, il fatto che il cristianesimo inaugura una nuova strada rispetto a ebraismo e mondo greco latino, e fa questo attraverso un'opera costante di traduzione che innova ma senza perdere l'origine.  



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