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LETTURE/ Dal principe Miškin a papa Francesco, quando la bellezza porta a Dio

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A. Bierstadt, Temporale nelle Montagne Rocciose (particolare; 1886)  A. Bierstadt, Temporale nelle Montagne Rocciose (particolare; 1886)

La traduzione è la via attraverso cui la tradizione viene rinnovata e rivitalizzata rendendo possibile che concetti che nascono in una cultura determinata possano trasformarsi e rigenerarsi in contesti e culture diverse. In questo senso la traduzione genera nuove idee trasformando quelle vecchie ma non dimenticando l'origine.

Tutte le traduzioni fanno questo, anche quelle bibliche. Fra i molti esempi che si possono fare, uno genera alcune domande ai non specialisti e riguarda una differenza terminologica fra la traduzione della Bibbia Cei e la traduzione della Bibbia in lingua corrente. Due traduzioni importanti: la prima perché è quella ufficiale della Chiesa cattolica, della seconda papa Francesco ha avuto modo di dire: "La traduzione preparata da evangelici e cattolici della Bibbia in lingua corrente ha fatto tanto bene e fa tanto bene. È un'idea buona, perché la gente semplice può capirla, perché è un linguaggio vero, proprio, ma vicino alla gente… Mi auguro che questo testo, che si presenta con il beneplacito della Cei e della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, spinga tutti i cristiani di lingua italiana a meditare, vivere, testimoniare e celebrare il messaggio di Dio" (Discorso ai membri dell'Alleanza Biblica Universale per la presentazione della Bibbia in lingua italiana "Parola del Signore. La Bibbia Interconfessionale in lingua corrente", 29 settembre 2014).

Genesi 1, 9-10. Traduzione Cei:  

Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l'asciutto". E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona.

Traduzione interconfessionale o in lingua corrente:

Dio disse: "Siano raccolte in un sol luogo le acque che sono sotto il cielo e appaia l'asciutto". E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto Terra e chiamò le acque Mare. E Dio vide che era bello.

Dunque, buono o bello?

Nel testo ebraico la parola che indica quello che vede Dio è tôb. Tôb ricorre 741 volte nell'Antico Testamento e copre sostanzialmente tre ambiti semantici: quello etico di buono, quello pratico di utile e quello estetico di bello. La Septuaginta innanzi a questa polisemia individua tre termini greci con cui tradurre l'espressione: agathòskalòschrestòs, che appunto possono significare bello, buono e utile.

Nel caso di Genesi 1, 10, come in tutto il capitolo 1, dove il termine appare sette volte, la Septuaginta sceglie appunto kalòs. La questione è che però le scelte traduttive non sono mai neutrali, perché i termini non sono isole ma parte di una rete di rimandi enciclopedici che aprono a nuove possibili strade.

Kalòs è uno dei termini chiave dell'estetica greca. Lo è già in Platone dove la relazione fra kalòs e agathòs è già fissata. In effetti il termine kalòs non corrisponde totalmente al concetto di bello con cui spesso lo traduciamo. L'area concettuale è non tanto più ampia, come ritengono alcuni, ma disegna un modo diverso di segmentare la realtà. 



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