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LETTURE/ Edward Hopper, il vuoto di questa America orfana dell'altro

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E. Hopper, Room in New York (particolare, 1932) (Immagine dal web)  E. Hopper, Room in New York (particolare, 1932) (Immagine dal web)

È diventata quasi un ossessione seguire i titoli del New York Times, insieme a quelli del New Yorker, del Washington Post, ecc. per cercare di chiarire non solo questo momento delle candidature presidenziali che credo sia storico negli States, ma anche per cercare di percepire, o meglio, sentire il polso del popolo americano, il quale mi appare in crisi. Crisi non è una parola da loro amata, viene considerata troppo drammatica. Ma non credo che ci sia nessuno in questo momento che non neghi la serietà della divisione anche potenzialmente violenta che esiste da quando personaggi di carattere spiccato come Bernie Sanders e Donald Trump hanno rubato la scena, facendo irruzione e riuscendo ad eliminare un Bush e a contenere una Clinton. C'è chi mi scrive dicendo che si vergogna di dire di essere americana quando va all'estero, non per le violenze varie ma piuttosto per le azioni e i contenuti sia di Bernie che di Donald. Non è solo la grossolanità e crudezza di Donald ma anche la sfida socialistica e focosa di Bernie che sono insolite e allarmanti per tanti. Vergognarsi di essere americano è una straordinaria novità in un paese che si è fortemente sentito sopra a tutti gli altri e migliore almeno per un buon mezzo secolo, cioè da dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ritagliare spazi che distraggano da tale ossessiva attenzione (e quale successo mediatico si sta verificando per queste elezioni in tutto il mondo) non è facile. Ma per fortuna ci sono, ed è l'arte la forza salvifica, in qualunque sua forma, spesso. Recentemente mi è capitato di ascoltare una serie di musiche di Beethoven ogni sera per una settimana, seguita da un pomeriggio di Scarlatti al clavicembalo. Si sono inserite anche due mostre importanti a Bologna: Street Art a Palazzo Pepoli prima e poi Edward Hopper a Palazzo Fava. Queste hanno segnato per me un momento estatico, nel senso vero di riuscire a sentirsi di uscire dal tempo e da se stessi. 

Tuttavia se qualcuno mi chiedesse quale sia stato, in questa maratona artistica, l'evento che più mi ha fatto pensare, che più mi ha incalzata per approfondire la comprensione dell'esperienza,  dovrei dire sicuramente Hopper… ma perché? Non perché ascoltare le stupende sinfonie di Beethoven con un grande finale corale della Nona, e con ospiti speciali come il Coro del Teatro Comunale di Bologna in una modesta chiesa (modesta per questa città di spettacolari chiese e palazzi) all'Oratorio di Santa Cecilia, non sia stato struggente e persino commovente. Così come non è stato di meno ascoltare i fratelli Scarlatti per le loro composizioni barocche nella preziosa Chiesa di San Colombano, la quale ospita la Collezione Tagliavini di strumenti antichi (con il maestro presente).  



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