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LETTURE/ Péguy e il dramma di una civiltà senza padre

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La cultura è una amorosa esperienza. Esige una presenza. Oggi si fa di rado cultura poiché si è disabituati, o meglio, non educati, a stare dinnanzi alla realtà, spogli, completamente nudi, all'ascolto. Si vive così la generosa tendenza a vivere una realtà costruita, immaginata, una realtà che non è realtà. Si cambiano i nomi degli oggetti della realtà: tali oggetti cessano d'un tratto di essere "riferimento". Subentra la confusione del linguaggio e con essa la confusione del proprio essere, della propria identità. Poiché quando un nome perde di significato, la realtà diviene illeggibile, incomunicabile. Appunto, la sterilità moderna. 

Ricorda però Grimoldi che esiste un punto in cui accade una corrispondenza tra il nome e il suo oggetto, una esperienza, quella del grande amore in cui tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito. Diventa avvenimento, cioè ciò che accade nella realtà diventa leggibile e pertanto comunicabile. Tanto è vero che caratteristica di un grande amore è di essere annunciato, detto, come la sorpresa di Maria Maddalena nello scoprire quella tomba vuota e nel riconoscere, attraverso il pronunciamento del suo nome, il Signore risorto (Gv 20,16). Senza tale voce, tale corrispondenza, domina l'infelicità. Una infelicità però colta, forbita, ben nutrita, e pertanto pericolosa. Ancora Péguy: 

"Questi infelici ignoravano la gioia, la semplice gioia del cuore e il godimento delle mani, tutta la felicità, tutto ciò che fa la felicità e la gioia del buon operaio, dei semplici operai; mangiare una buona minestra fumante sotto il chiarore della lampada di casa, seduti al tavolo comune rotondo leggermente ovale, di fronte alla propria donna semplice e piena di umanità, / tra gli spintoni dei figli magnifici: ecco ciò che essi non conobbero mai, celibi come i loro maestri, che erano essi stessi celibi come il loro maestro. 

Diverso però è il grande avventuriero, il padre di famiglia. Egli si è carnalmente implicato nella vita di altri, non ci si può concepire sconnessi a quella realtà, a cui si è dato la vita e a cui si cede la vita. 

E qui Grimoldi ha ripercorso l'ultima pagina del Veronique. Dialogo della storia e dell'anima carnale, incompiuta, 1909, in parte riportata.

"Quindi, una volta effettuata l'entrata maxima, una volta al mondo, continuò a muoversi verso il mondo e verso il secolo. Prima visse per trenta anni la vita di famiglia, cioè la vita più coinvolta nel mondo che al mondo ci sia; perché il più grande errore, l'errore più stupido e grossolano è di credere, è immaginarsi che la vita di famiglia, siccome è una vita ritirata, sia anche una vita ritirata dal mondo. È esattamente e diametralmente il contrario. La vita di famiglia è invece la vita più coinvolta nel mondo, incomparabilmente, che al mondo ci sia. C'è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l'imprudente, contro il temerario. [….] 



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