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LETTURE/ Péguy e il dramma di una civiltà senza padre

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Che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera? Una salvezza che non venisse da un uomo libero non sarebbe nulla. Può forse piacere essere amati da degli schiavi? La libertà di Dio è la libertà dell'uomo, affermava Luigi Giussani, ed è questo che si ritrova nel passaggio di Péguy richiamato. Paradossalmente la battaglia che la società contemporanea conduce per censurare Dio con il fine di fare posto all'"io" non è che è un controsenso poiché tale "io" trova la sua perfetta collocazione in "Dio". 

Di tale rapporto è espressione la speranza di cui si legge ne Il portico del mistero della seconda virtù: "Perché è un mistero che segue, è una parola che segue / Nei più grandi / Allontanamenti. / Non c'è bisogno di occuparsi di lei, e di portarla. È lei. / Che si occupa di voi e di portarsi e di farsi portare. / È lei che segue, è una parola al seguito, è un tesoro che accompagna".

La speranza dunque è una parola che è racchiusa nella ricerca dell'uomo, non lo abbandona mai, un po' come a dire che fa parte della sua natura. La speranza è il tesoro di cui si dovrebbe essere gelosi poiché dichiara la promessa di compimento della vita. Grimoldi accanto alla libertà e alla speranza pone la giustizia, nel suo paradosso presentata sempre ne Il portico del mistero della seconda virtù: "In cosa uno può valere novantanove? / Non sia tutti figli di Dio. Ugualmente allo stesso modo? / In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore. / E soprattutto perché è giustamente quella che s'è smarrita, che era perita, che vale giustamente le novantanove altre, le novantanove che non s'erano smarrite. / È un po' forte però, quando ci si pensa. / Cos'è questo imbroglio. / È giustamente quest'anima che era perduta, che era perita, che vale altrettanto, che suscita tanta gioia nel cielo quanto quelle novantanove altre. / Quanto quelle novantanove che non s'erano smarrite. / Mai. / Che non s'erano perdute, che non erano perite. / Mai. / Che erano rimaste salde. / È ingiusto. Cos'è questa invenzione, questa nuova invenzione? / È ingiusto. Ecco un'anima, (ed è giustamente quella che s'era perduta), che vale tanto, che conta tanto, che rallegra tanto quanto quelle novantanove disgraziate che erano rimaste costanti. / Perché; in cosa; come? Ecco uno che pesa nella bilancia di Dio quanto novantanove. / Che pesa altrettanto? Forse che pesa di più. In segreto. Non si sa mai. Ho proprio paura. Segretamente si ha l'impressione che pesi di più, quando si legge questa parabola. / Dunque ecco un peccatore, diciamolo, che pesa almeno quanto novantanove giusti. / Che pesa forse di più. Non si sa mai. Una volta che si entra nell'ingiustizia. / Non si sa più dove si va a finire".

Si tratta di un paradosso, quasi azzardato. Si ha il sospetto infatti che tale pecora che ha sbagliato, che si è macchiata di un peccato valga più di novantanove giustizie sommate. E con che diritto? Accuserebbe immediatamente imperterrito l'uomo occidentale. Con che diritto tale regolazione della bilancia? Il giusto e lo sbagliato paiono non essere più l'ago di questa bilancia. Sfugge il criterio, si resta nell'incomprensione della salvezza. Il problema dell'occidentale è che maschera non solo i nomi della realtà, ma anche la realtà del peccato ponendovi una estrema condanna. 



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