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LETTURE/ J. Franzen, esagerare con Freud fa male alla "Purezza"

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Per l'anteprima sul libro tenuta lo scorso maggio al Book Expo America a New York, in una conversazione pubblica con la critica Laura Miller, Franzen ha ammesso che per uno scrittore diventa difficile trovare sostanza per un libro man mano che il tempo passa, e che se all'inizio si può utilizzare materiale più a portata di mano, in seguito, scrivendo altri libri, è necessario scavare e cercare più in profondità. Sarà, perché lo dice l'autore stesso, ma pensando a Le correzioni e confrontandolo con Purity sembra vero l'esatto contrario. La profondità di Purity non arriva a un decimo di quella de Le correzioni, nel quale Franzen partiva da un doloroso spunto personale per affondare la sua lente impietosa nell'intimo di una semplice famiglia americana la cui apparente normalità viene sconvolta dalla malattia. La coerenza narrativa tiene fino all'ultima battuta mentre in Purity si slabbra forse per far posto a qualcosa con cui Franzen ha meno dimestichezza.

In alcuni passaggi la piattezza dello stile è compensato dal carico di emotività di un personaggio, dall'eccesso di stati d'animo che si sovrappongono quasi in un corto circuito. In scene come quella di Pip con Andreas nella stanza d'albergo in Bolivia ci si chiede se l'autore sia lo stesso dei capitoli precedenti tanto lo stile si appiattisce e il contenuto si svilisce. Il personaggio di Andreas, e la sua evoluzione nel corso del romanzo, è inutilmente ridondante: con 50 pagine in meno sulle sue meditazioni patologiche il lettore avrebbe capito lo stesso evitando il grottesco.

Insomma nonostante la qualità della scrittura, Purity perde di presa nella seconda parte dove, a tratti, si avverte una stanchezza narrativa al limite della forzatura. Dopo il terzo capitolo l'esasperazione di personaggi e situazioni provoca un appesantimento del racconto e una certa discontinuità stilistica. Se, come dichiarato nell'incontro di maggio, l'intenzione dell'autore era esporre il lettore a qualcosa di meno immediato, quindi una realtà fuori dalla tradizionale famiglia americana come nei romanzi precedenti, e anche di farci capire di aver letto Freud, di fatto ci è riuscito. Proporre una miliardaria a sua insaputa con madre dissociata e datore di lavoro esaltato e paranoico può funzionare a patto di rendere gli eventi e le psicologie resistenti nella tenuta narrativa, evitando al lettore di agonizzare su passaggi profondi, nell'intenzione dell'autore. Forse troppo.

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