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SHAKESPEARE/ Quell'assenza di perdono che corrompe il buono della nostra vita

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Caravaggio, Canestra di frutta (particolare, 1599)  Caravaggio, Canestra di frutta (particolare, 1599)

Gli ultimi versi raggiungono l'apice di questa visione della natura così drammatica da risultare quasi inquietante: due re nemici si contendono il cuore dell'uomo, e non sono, banalmente, il bene e il male. Shakespeare va più in profondità; parla da una parte della grazia, cioè di quell'attitudine positiva di cui l'uomo da solo non è capace, se non gli viene donata dall'alto; dall'altra della volontà spietata, senza pietà, senza compassione, senza il dolore di sé, che solo rende capaci di misericordia. E infine avverte che là dove l'equilibrio della lotta si sposta a favore della seconda tendenza, quella cattiva, si fa vicino il cancro della morte.

Come la foglia già intaccata che abbiamo imparato a notare nel Canestro di frutta di Caravaggio della Pinacoteca Ambrosiana, così la volontà spietata, l'assenza di perdono corrompe la bontà della vita e la fa precipitare nella morte.

Il dramma dell'inimicizia tra i Capuleti e i Montecchi è già tutto prefigurato in questa breve scena, ambientata sotto un cielo dove la notte saluta con un sorriso la luce dell'alba, promessa di un giorno che potrebbe essere radioso e che invece risulterà tinto di sangue. E le parole del frate sembrano abbracciare l'intero ciclo del cielo e della terra, la stessa vita dell'uomo, chiamato ad amare, ma così spesso incapace di obbedire al suo bene.

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