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LETTURE/ Dante e l'inganno di Foscolo

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Quest'ultima è la soluzione proposta da una studiosa nordamericana, Teodolinda Barolini, in saggi e volumi pubblicati a partire dagli anni 90. A detta della Barolini, "Dante usa consapevolmente i mezzi della finzione letteraria al servizio di una visione che riteneva vera, creando in questo modo un ibrido che definiva un ver c'ha faccia di menzogna". 

Non dobbiamo dimenticarlo: Dante "profeta" nasce all'inizio dell'Ottocento, a opera di un lettore d'eccezione come Ugo Foscolo. In un fondamentale contributo critico redatto negli ultimi anni della sua vita, Foscolo profila Dante quale riformatore religioso, determinato a presentare il suo poema come vero resoconto dell'aldilà (fosse o no intimamente persuaso di aver ricevuto una rivelazione). Tutt'altro che "deviante", come talvolta è stata definita, la tesi foscoliana fiorisce non casualmente su un terreno moderno e post-illuministico. La modernità alimenta il progetto ambizioso di spodestare la religione; e promuove questo colpo di stato avvalendosi della cultura e della letteratura. Con le figure del sacerdote e del teologo, figure consacrate e istituzionali, entrano in concorrenza il filosofo (nel secolo XVIII) e il poeta ispirato (in età romantica). Ebbene, chi si assume la responsabilità di creare un vuoto, al tempo stesso si candida a colmarlo; così il poeta ottocentesco si pone come mistico e come vate, offrendo una religiosità alternativa per ammortizzare l'ipoteca della secolarizzazione. Foscolo ha di se stesso questa coscienza; non sorprende che scorga in Dante un riformatore della società, che gli faccia indossare vesti profetiche. 

Sottoscritta da Nardi, rilanciata, sia pure con maggiore prudenza, da un certo fronte della critica attuale, l'interpretazione di Dante in chiave profetica mostra peraltro, ai nostri giorni, segni forse irreversibili di logoramento. Nella sua recente biografia (Dante. Il romanzo della sua vita), Marco Santagata non ha difficoltà a riconoscere che Dante, nella Commedia, si proclama profeta, e più di una volta: "profeta non perché ha il privilegio di leggere nel futuro e di predire gli eventi ma perché può riferire ai vivi i vaticini ascoltati nel mondo ultraterreno". Eppure, lo stesso Santagata, ricostruendo in maniera puntuale (e, se necessario, impietosa) il rapporto fra la carriera esistenziale di Dante e la redazione del poema sacro (scritto mentre si avvicendavano continui colpi di scena in un panorama politico convulso), consuma senza esitare una demistificazione. L'esule desideroso di rientrare a Firenze e continuamente in bilico tra speranza e delusione, mentre fazioni locali e grandi potenze si studiano, si aggrediscono, scendono a patti, cercano rivincite, sulla scena tormentata di un'Italia perennemente in crisi, questo sradicato senza pace oscilla, muta più volte schieramento, cerca come può di ricollocarsi. Per contemplare, infine, il fallimento di non poche aspirazioni personali e di non indifferenti progetti socio-politici. 



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