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25 APRILE/ L'Italia fondata sull'antifascismo non è mai esistita

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Sergio Mattarella (Infophoto)  Sergio Mattarella (Infophoto)

25 APRILE 2016, FESTA DELLA LIBERAZIONE. Sergio Mattarella non poteva scegliere memoria, e luogo, più divisivi per celebrare la data della vittoria dell'antifascismo. A Varallo Sesia, dove il capo dello Stato si recherà per ricordare la liberazione della valle (compresa nell'arco alpino tra il Piemonte e Lombardia) dall'occupazione nazifascista, venne creata  la seconda repubblica partigiana. Quelle che la seguirono non furono organizzate in una rete, e perirono. Su questo episodio dell'autogoverno partigiano (che mostra l'impreparazione dell'antifascismo a essere una classe dirigente di nuovo conio, cioè alternativa a quella esistente) sono rimaste le splendide pagine ad esso dedicate da uno storico come Guido Quazza (Resistenza e storia d'Italia, Feltrinelli, Milano 1976).  

E' il 10 giugno 1944, e alla "zona libera" fece seguito una "Assemblea di popolo". Il Consiglio di Valle, come venne chiamato, fu il segno della volontà di non ripetere il passato e  formulare una  proposta per il futuro post-fascista.

In Valsesia si puntava ad avviare, al di là delle esperienze della democrazia  liberale e parlamentare, una forma inedita  di auto-governo. Era il progetto di una democrazia consiliare, di istituti diversi dai comuni e dalle province e dallo stesso parlamento, in cui il popolo potesse darsi forme di rappresentanza e di decisione da assumere direttamente senza l'impervio transito per le vie della burocrazia.

Durò pochissimo. La ragione risiede nel fatto che nei partiti l'uscita dall'antifascismo e dalla guerra civile coincise con un processo di istituzionalizzazione della democrazia; con l'eccezione del Partito d'azione, che costrinse il Comitato di liberazione nazionale ad un'importante e divisiva discussione sugli assetti istituzionali del dopoguerra. Nel Cln gli azionisti rimasero isolati. Da quel confronto risultò chiaro che il superamento del fascismo e delle sue istituzioni totalitarie non si conciliava con una scelta di forme non tradizionali come quella, appunto, della democrazia diretta, cioè "consiliare".

Gli azionisti non ebbero il consenso neanche dei comunisti. Eppure nel 1919-1920 il fondatore del partito Antonio Gramsci e la rivista L'Ordine nuovo avevano innescato a Torino, alla Fiat, un grande processo, che dall'occupazione delle fabbriche nel settembre 1920 avrebbe dovuto concludersi nel governo operaio della più grande concentrazione di forza-lavoro dell'industria italiana. Il dissenso nacque dal sospetto — non infondato — che si trattasse del  tentativo di radicare nel nostro paese il regime dei Soviet che aveva prevalso in Unione Sovietica.

A prevalere fu la volontà dei grandi partiti di gestire il presente con le regole e gli strumenti del passato. Nacque di qui l'illusione di un uso diverso, da quello burocratico e passivo dell'Italia liberale, dei suoi ripristinati vecchi poteri. 

Ma ci volle poco a rendersi conto, nel giro alcuni anni, che i partiti erano diventati delle formidabili macchine politiche. Esattamente come fu il loro nemico, che in vent'anni aveva spento o neutralizzato ogni libertà: "ha potuto resistere e mantenere il contatto con la realtà solo chi ha compreso che la macchina fascista poteva esser vinta solo da altre macchine più efficienti e più forti, e ha perciò tentato di darsi una struttura conforme. 



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COMMENTI
25/04/2016 - Nicodemiti (Giuseppe Crippa)

Davvero interessanti, anche se dure da accettare, le verità racchiuse in questo profondo articolo che ci raggiunge proprio nel giorno in cui si celebra la retorica di un antifascismo presentato da istituzioni e media come il collante identitario degli italiani. Dispiace leggere, ma è vero, che in Italia “la patria ha sempre stentato a diventare una categoria del senso comune”, direi però che sarebbe più vero dire “lo Stato ha sempre stentato a diventare una categoria del senso comune” perché una cosa è il sentirsi Italiani ed un’altra amare lo Stato: grazie a Dio il popolo italiano condivide tuttora non soltanto una lingua ma una identità e un modo di pensare informato da due millenni di cristianesimo: tutto sommato, siamo ancora “brava gente” nonostante molti (nicodemiti, come direbbe Sechi) si vergognino di esser definiti tali.