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GIOVANNI DELLA CROCE/ La poesia e il profondo dell'anima

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San Giovanni della Croce (1542-1591) in una stampa del XVIII sec.  San Giovanni della Croce (1542-1591) in una stampa del XVIII sec.

San Giovanni della Croce è un classico della letteratura mistica; il che significa tra l'altro (questa precisazione non è necessariamente ovvia) che questo autore è una figura complessa e controversa. Aggirandosi com'egli fa al crocevia — la metafora non è gratuita — di filosofia, teologia, mistica e poesia, san Giovanni è stato di volta in volta criticato come non-filosofo e come teologo sospetto; né sono mancati coloro che hanno messo in dubbio anche la qualità della sua mistica (e non mi riferisco ai suoi contemporanei: parlo dell'ambiente culturale alla cerniera dell'Ottocento e del Novecento). L'unico suo "titolo" che, dalla modernità alla nostra contemporaneità, pare non sia stato mai posto in questione, è quello di poeta. Ma ciò non semplifica molto le cose. Chi infatti (come il sottoscritto) non vede ragione di negare a san Giovanni le altre sue tre qualifiche, le quali dunque restano pertinenti, non può non porsi il problema di quale sia il loro rapporto con la sua poesia; in particolare, la poesia di san Giovanni perviene alla poesia contemporanea carica dell'onore e onere di essere quel tipo di poesia comunemente chiamata mistica. E in questo senso la poesia contemporanea sembrerebbe relegare la poesia di san Giovanni in una posizione che, pur restando naturalmente di tutto rispetto, si ridurrebbe però a una collocazione storico-archeologica.

Già negli anni Settanta una romanziera-filosofa inglese (Iris Murdoch) notava che "la cristianità non è semplicemente stata abbandonata, ridotta a oggetto sconosciuto. Un'intera generazione è cresciuta senza di essa […] A quanto pare, stiamo entrando in un tempo a-teologico. Perfino la teologia marxista ha perduto il suo fascino". Che rapporto c'è allora, ammesso che un rapporto esista, fra questo santo cinquecentesco e la poesia contemporanea italiana (e non solo)?

La  parola che — anche se è così strettamente legata alla figura del Santo — io proporrei, se non di ritirare dall'uso, per lo meno di mettere tra parentesi, è la parola "mistica"; perché questo termine oggi rischia di essere stiracchiato fra due mosse opposte che ne riducono fortemente l'utilità. Una è la mossa dell'ampliamento eccessivo. "Mistica" è un termine tanto provocante quanto evanescente: sia nella sua connotazione positiva — che si riduce troppo spesso a una sorta di tenero e generico entusiasmo sempre sull'orlo del kitsch — sia nella sua connotazione negativa, tipica dell'ideologia molto diffusa nella cultura italiana contemporanea, compresa la sua cultura poetica, per cui "mistico" diviene sinonimo di "puramente irrazionale" e viene spesso e volentieri svilito con un suffisso dispregiativo: "misticheggiante".

L'altra mossa — opposta ma complementare nel suo riduzionismo — è quella che tenta di delimitare una zona specifica per questo termine/concetto, confinandola in un'area tecnica che richiede di distinguere un suo uso autorizzato da un uso non autorizzato. Insomma, una sorta di tirannia nominalistica, una recinzione riduttiva, e non importa poi troppo, fondamentalmente, se la recinzione sia di tipo teologico o psicopatologico. Questa perimetrazione troppo stretta è stata criticata, fra l'altro, in certi sviluppi contemporanei della psicologia del profondo di origine junghinana: "Strano a dirsi, oggi è difficile parlare della psiche in modo diretto", scrive  per esempio James Hillman. 



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