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LETTURE/ Meno legami più felicità: noi, servi moderni dell'indefinito

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V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)  V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)

Questo "taglio" col passato, con i fattori che limitano la nostra indipendenza, ci sembra lo strumento migliore e quello più proposto e diffuso per diventare quel che dobbiamo/vogliamo essere. Tendiamo a considerare quasi tutto come un intralcio, un ostacolo che rallenta o addirittura blocca il raggiungimento della nostra meta (realizzazione). Difficile negare tale esperienza quotidiana, in cui in sostanza "l'esistenza tende a diventare una serie di episodi che passano senza lasciare traccia, senza essere trasformati in esperienza vissuta", cioè scorrono via senza generare identità. Nell'epoca post-moderna infatti, come ben rileva l'autore, risulta un handicap "avere un'identità per tutta la vita, un handicap piuttosto che un vantaggio": l'esito è il continuo mutare delle nostre scelte con l'ansia di metterle al pari coi tempi e col piacere fruibile e cestinabile. Cambiare moglie, cambiare amici, cambiare (sempre) lavoro, cambiare città, tutto in nome della nostra realizzazione: l'esito spesso, voltandoci a riflettere, è una crescita imprevista e inopportuna dell'ansia. Infatti "invece di costruire la propria identità, con pazienza e gradualità, semplicemente si preferisce ricominciare sempre dall'inizio, dando vita ad identità a palinsesto".

A risentire di questa dinamica che oramai ci accompagna come il caffè a colazione, sono anche tutte quelle dimensioni della vita che qualificano l'essere umano: gli affetti, i rapporti lavorativi, il rapporto col lavoro.

L'identità è il risultato delle interazioni con gli altri, eppure, nell'oggi contemporaneo, noi siamo sempre più soliti cercare l'identità nell'abbandono delle relazioni. Diamo precedenza alla paura di legarci in nome della libertà rimanendo poi schiavi di questa indefinita libertà e ritorniamo nelle relazioni non per la costruzione dell'identità quanto come rifugio (inevitabile) dato dalla confusione del mondo. 

L'identità, invece, si forma nella relazione con gli altri, non tanto nella solitudine, quanto nella relazione profonda tra il mio "io" e gli altri "io". Come sostiene Freud (citazione presente nel testo) "occorre amare se non ci si vuole ammalare". 

Questo sfilacciamento ci ha portato ad essere soli in un mondo di masse. Eternamente connessi e quotidianamente soli negli ambiti rilevanti della nostra esistenza. Nel mondo contemporaneo siamo sempre più spinti a considerare la realizzazione come un fatto privato, intimista, quasi ab-soluto, cioè sciolto, autonomo, abbandonando l'idea umana che la salvezza, cioè la realizzazione, come dice Seligman, è una vicenda collettiva, non individuale.

In questa metamorfosi del modo di "pesare" le cose, si inserisce tutta la ricalibratura che la modernità ha dato al concetto di persona, facendola passare da uomo-sociale (o animale sociale) a individuo, ossia soggetto che nasce nell'autonomia e che in questa autonomia cerca la propria realizzazione. Le relazioni diventano così solo puramente strumentali, funzionali e utilitaristiche (le relazioni amicali vissute alla stregua di un ghiacciolo da passeggio) con la garanzia (fasulla) che meno legame assicura più felicità. 

Tutto questo in nome di alcuni dogmi del mondo moderno: la libertà, la scelta, l'autodeterminazione, il merito. Tutto finalizzato alla massima realizzazione (intesa come piacere personale, come preferenza di gusto) eppure tutto così caduco e tutto portatore di ansietà e indefinitezza, l'esatto contrario di quanto cerchiamo quotidianamente. 

Insomma, vale la pena leggerlo Il mio posto. Sociologia della realizzazione (P. Bellini, Mondadori 2015), perché offre al lettore una "forma mentis" che aiuta a porsi l'interrogativo sul modo con cui cerchiamo la felicità.



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