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LETTURE/ Meno legami più felicità: noi, servi moderni dell'indefinito

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V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)  V. Van Gogh, Camera ad Arles (1888)

Mi sono imbattuto per ragioni professionali e anche personali nel libro scritto da Pier Paolo Bellini (docente di sociologia della comunicazione nell'Università del Molise), dal titolo Il mio posto.

Il testo, situato all'interno dei canoni scientifici, si presta però alla lettura di tipo "narrativo", ossia suggerisce al lettore un modo di riflettere sulla tematica più cara e più intima (non intimistica) che attiene alle sorti umane: la realizzazione.

Il lavoro di Bellini infatti è stato mosso dal seguente interrogativo: in cosa consiste la realizzazione e perché, spesso, l'abbiamo ridotta al canone professionale? La domanda nasce, come scritto nel testo, da un momento conviviale che l'autore ebbe anni fa con alcuni giovani diplomati, i quali, avendo "cannato" il test per l'ingresso all'ambiziosa facoltà di medicina, si sentivano come persi, come condannati alla "irrealizzazione".

A ben rifletterci e con lo sguardo fisso nella profondità della mia esistenza, penso che non ci sia nulla di più "pauroso", nulla di più tragico, che considerare la propria vita come destinata all'"irrealizzazione". Ciascuno, seppur in forme religiose diverse, assegna ad un qualcosa il compito di dare senso alla vita. L'uomo, infatti si ribella al mal pensiero della inutilità dell'esistenza eppure questo mal pensiero rimane spesso un rumore di sottofondo che accompagna, con ansia, le nostre azioni quotidiane, sempre sottomesse a quella legge della natura umana chiamata ricerca della felicità.

La chiave di lettura, seppur in breve, che propongo muove dal concetto di identità: come si forma? Da cosa viene influenzata? E in che modo nel corso del tempo la cultura ha influenzato il processo di ricerca del sé e di costruzione del proprio essere? 

Se, come sostiene Bauman, siamo nell'epoca della società liquida, lo stesso aggettivo può essere utilizzato per quanto concerna l'identità: siamo nell'epoca dell'identità liquida, stretta nella morsa delle piacere immediato e della paura di sbagliare. Bellini propone un quadro complesso e complessivo, senza mai cadere nel moralismo e nel lamento del tempo presente, cui invece si sono consegnati molti filosofi contemporanei.

L'identità non è qualcosa di fisso per l'uomo, cioè un abito cucito addosso da qualcun altro, bensì qualcosa di movimentato. L'uomo infatti, a differenza dell'animale, sviluppa l'identità nel tempo, non appena come mutazione del proprio aspetto biologico, quanto soprattutto come cambiamento del proprio essere, cioè del modo di agire e di pensare. Eppure l'identità ha una radice precedente: ossia la cultura in cui nasciamo e che ci ha preceduto, la quale tende a influenzare il nostro modo di essere e di agire. La storia continua, non finisce col calar del sole, potremmo dire. Queste radici del tempo passato, invece, sembrano essere oggi un ostacolo alla nostra vita, dove, in nome della libertà e dell'autodeterminazione dell'individuo, si tende a slegare l'uomo dalle proprie origini. 



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