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LETTURE/ Palmira, il dibattito sulla "ricostruzione" e quel "noi" che manca

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I templi di Palmira (Infophoto)  I templi di Palmira (Infophoto)

Ma che cosa testimoniano tutti questi progetti, proposte, intuizioni, discussioni, appassionati slanci di monitoraggio e di ricerca? Testimoniano tutto il primitivismo culturale che investe ancora la gestione internazionale dei luoghi d'arte e di storia ritenuti di fondamentale importanza per l'evoluzione dei popoli.         

Ciò che manca, a livello internazionale, per rendere credibili queste ricerche, è proprio un'istituzione riconosciuta e preposta, quotidianamente impegnata nel prima, nel durante e nel dopo, a monitorare e studiare che cosa poter fare e come reagire quando un conflitto armato distrugge luoghi o architetture o manufatti di importanza ritenuta fondativa. 

Non è dunque tanto importante decidere (e poi chi decide? a nome di chi? con quale legittimazione scientifica o democratica?) se le rovine di Palmira debbano essere ripristinate come è avvenuto, dopo la seconda guerra mondiale, con varie architetture di Varsavia, Berlino o Pisa. Non è tanto importante discutere sulla necessità o meno del restauro o del ripristino dei siti archeologici siriani colpiti dal conflitto armato (ammesso che sia possibile).

Più importante è progredire, con discussioni, approfondimenti, libri, letterature che ancora mancano, per capire quali strumenti culturali, concettuali, giuridici, politici, militari, ci dotiamo per affrontare il grande quesito della persistenza delle memorie storiche e artistiche, che non può essere imposta ai popoli, ma che non può essere neppure, a cuor leggero, ignorata.

Dunque è necessaria la lenta attuazione di un'istituzione internazionale, che non può essere l'Unesco, che non possono essere i generici "caschi blu dell'Onu", che elabori una politica culturale, giuridica e militare, il più possibile condivisa tra i vari Stati che vogliono sottoscriverla. E' una strada ancora tutta ignota, mai sperimentata, le cui insidie e difficoltà sono evidentissime anche a chi qui ne scrive. Ad esempio, questa istituzionale sovranazionale impegnata in questo specifico e amplissimo compito, a quale legislazione risponde? Visto che manca ancora una normativa internazionale approvata dagli Stati membri dell'Onu, a quale legge si sottopone? Quali articoli giuridici applica? A quale autorità è vincolata? Quali sono i suoi confini? Quali sono i suoi reali strumenti di azione? 

Nel 1903 lo studioso Alois Riegl, ricevendo l'incarico di riorganizzare la tutela pubblica del patrimonio austriaco per conto della Presidenza dell'Imperial-Regia Commissione Centrale, pubblicò il noto Progetto di un'organizzazione legislativa della tutela dei monumenti in Austria, la cui straordinaria introduzione, dal titolo Il culto moderno dei monumenti, è chiarificatrice in merito: "il senso e il significato dei monumenti non dipendono dalla loro destinazione originaria, ma siamo piuttosto noi, i soggetti moderni, che li attribuiamo a essi".

Già, ma nel caso di Palmira, e domani di Baghdad, Kabul, Mosul, Sana'a, Samarcanda, il Cairo, chi è il "noi" che attribuisce senso (e dunque difesa, tutela e significato) ai monumenti? Noi europei? Noi americani? Noi russi? Noi siriani? Noi mediorientali? Noi a nome dell'umanità? Nel caso di Palmira chi è il "noi" legittimato ad occuparsene? Legittimato da chi e a nome di chi?



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