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LETTURE/ L'errore di Pasolini? Un "semplice incontro" non può bastare

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Italo Calvino (1923-1985) (Foto dal web)  Italo Calvino (1923-1985) (Foto dal web)

E improvvisamente, scrisse Pier Paolo Pasolini, avvenne «un genocidio». Erano gli anni Sessanta, e d'un tratto l'eterna, bellissima, luna, «col suo pallore misterioso», diventò troppo lenta rispetto all'«accendi e spegni» di un «semaforo con quel suo gialletto volgare». Troppo lenta, per resistere al gioco rapido delle pubblicità: «la notte durava venti secondi, e venti secondi il GNAC», ossia una parte dell'insegna luminosa sul tetto di fronte alla casa di Marcovaldo, che ogni venti secondi — racconta Calvino — faceva sbiadire il cielo. La vita della gente, di colpo, dopo qualche millennio, cambiò radicalmente: «Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo. A una cert'ora, come per lo scatto d'un interruttore, smettevano la produzione e, via!, si buttavano tutti a consumare»

Il benessere dei consumi trasformò anche l'Italia. Lo descrisse Calvino, e lo descrisse Pasolini: «Ci siamo sbagliati credendo che fosse / impossibile che gli uomini potessero cambiare / così in così poco tempo»: «e tutto per mille lire / di più nella saccoccia». Nel 1974, in dialetto friulano, Pasolini rimpiangeva «i paesi poveri, le nuvole e il frumento: / la casa scura, il fumo, le biciclette, gli aeroplani / che passano come tuoni: e i bambini che guardano, / la maniera di ridere che viene dal cuore, / gli occhi che guardandosi intorno ardono / di curiosità senza vergogna, di rispetto / senza paura. Io piango un mondo morto. / Ma io non sono morto, io che lo piango»

Gli occhi ardenti di curiosità diventarono una cosa di cui vergognarsi. Perché «la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il "nuovo modo di produzione" ha prodotto quindi una nuova umanità, ossia una "nuova cultura" modificando antropologicamente l'uomo». L'omologazione travolse l'Italia attraverso un nuovo potere, inafferrabile perché assolutamente diverso dal passato. Esso operava non sul piano ideologico ma su quello del vissuto: sapeva bene che un conto era ciò che ciascuno pensava «nella coscienza», e tutt'altro era ciò che realmente viveva «nell'esistenza». Aveva già trasformato concretamente la vita della gente, e le lasciava ancora lo spazio illusorio per qualche discussione ideologica. Riesce a tenere per settimane tutti gli italiani a scontrarsi per esempio sulle unioni civili, tanto sa come far gola, appena lo voglia, agli uni e agli altri attraverso quelle comodità borghesi che, in fondo, piacciono a entrambi. 

Nel 1975, l'ultimo anno di Pasolini, divampava la polemica sull'aborto. Il 9 febbraio sul Corriere della Sera Italo Calvino aveva contestato «un'idea della "vita" e della "natura umana" come qualcosa che ha un senso e un valore in sé». Per lui «non si è essere umani per diritto naturale»: è solo la «collettività» a conferire valore all'«individuo». Ecco perché, per chi non ha le «possibilità morali e materiali», «abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale»



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