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JOYCE/ "Dubliners", quando il dramma è dietro l'angolo

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James Joyce (1882-1941)  James Joyce (1882-1941)

Gente di Dublino, ancora, buon punto d'analisi dei rapporti tra il diritto e la letteratura: col suo paesaggio, forse privo di rivendicazioni politiche, fatto di indebitati, lavoratori sfruttati, lavoratori alienati, morbosità sentimentale di quartiere. Taccuino di aspirazioni stroncate e di illusioni a cui abboccare fino alla prossima sveglia (o alla prossima sbronza). In "Ivy Day in the Committee Room" l'improvvisato conciliabolo dei nazionalisti è l'istantanea di un'Europa con vista sul prossimo incendio; in "Counterparts" lo sfaccendato Farrington è soprattutto un uomo privo di libertà, perché a nulla crede di realmente autentico, nonostante il ghigno beffardo e i modi violenti. C'è poi il romantico struggimento adolescenziale di "Araby", dove si piange per un piccolo dono non offerto a un'amata. Quasi si trattasse dell'Apollo di Prassitele a caccia di lucertoline. 

E il meraviglioso "A Painful Case", dove i demoni di Joyce (e del secolo) sono tutti chiamati in causa: l'amore rinnegato, la capacità obbligante ed afflittiva della routine, il rifiuto della scommessa sull'Altro e, dulcis in fundo, l'inferno della bottiglia, che sballa, distoglie, promette evasione e offre galera e tomba. 

Dubliners non sono affatto finiti. Abitano nelle nostre città, nei nostri quartieri, nei nostri condomini. Nei nostri cuori, nei nostri pensieri. 

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