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LETTURE/ Cristianesimo e islam, tutte le "conseguenze" del velo di Timante

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Con Il velo, Giulia Galeotti, giornalista e storica, responsabile delle pagine culturali dell'Osservatore Romano e curatrice del mensile Donne chiesa mondo, torna a occuparsi, dopo Storia dell'aborto (Il Mulino 2003) e Storia del voto alle donne in Italia (Biblink 2006), di una tematica non semplicemente "femminile", quanto piuttosto di un argomento che, coinvolgendo in prima persona le donne e il loro corpo, diventa poi di interesse generale e universale; ne risulta una lettura interessantissima, scorrevole, che si affronta con piacere anche grazie alla sensibilità letteraria dell'autrice, sempre chiarissima nell'affrontare la tematica sia sotto il punto di vista storico che da quello dell'attualità.

Il cuore del volume è strutturato in tre sezioni, dedicate alle tre grandi religioni monoteistiche, Ebraismo, Cristianesimo, Islam. E, alla fine, prima delle conclusioni, si ricorda come c'è una figura, tradizionalmente rappresentata velata, che è comune alle tre religioni rivelate: Maria, ragazza ebrea, madre di Cristo, è una figura molto importante e rispettata anche nell'islam, tanto che una delle prime volte in cui il termine hijab compare è proprio in relazione a Maria. Giulia Galeotti cita i versetti 16-17 della Sura XIX intitolata Maria, ricordando come questa figura venga spesso evocata per favorire una certa vicinanza fra culture e religioni. 

L'autrice ricorda quindi come l'obbligo di coprirsi il velo durante le cerimonie religiose cristiane, ribadito formalmente nel 1917 e formalmente abolito con il Concilio Vaticano II nel 1965, affondasse le sue radici dapprima nella predicazione di Paolo, in particolare nelle sue esortazioni alla comunità di Corinto, che aveva sede in una metropoli vivace, popolosa, corrotta, dai costumi molto rilassati: "la comunità cristiana locale è notoriamente discola, anche perché in essa sono presenti varie realtà (...) Vizi, fornicazioni, lussuria e divisioni interne, contrapposizioni, fazioni e processi, confusione sul matrimonio, eccessiva rigidità verso alcune cose ed eccessivo permissivismo nei confronti di altre" (p. 64): è questo l'humus su cui si innestano le prescrizioni di Paolo, il quale, del resto, si premura di ribadire Galeotti, non è affatto un "maschilista integrale". Nè potrebbe esserlo un personaggio che, nella Lettera ai Galati, scrive "Non c'è né giudeo né greco, né schiavo né libero, non c'è maschio e femmina, perchè tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (3, 28). Del resto, proprio nelle comunità citate da Paolo, ci sono diaconesse come Febe (a Cencre), Prisca, Trifena e Trifosa "che hanno lavorato per il Signore" (Romani 16, 12); Maria, "che ha faticato molto per voi" (Romani 16, 6), tutte donne cui Paolo rende onore per il loro impegno di attiva responsabilità nella vita delle Chiese. 

Il velo nelle culture del Mediterraneo e della Mezzaluna fertile non era affatto cosa nuova: era anzi la prerogativa delle donne perbene, di alto lignaggio e di condizione onorevole, mentre prostitute e serve di infimo livello erano non tanto dispensate, ma impedite dal portarlo (e, se lo facevano, rischiavano addirittura la fustigazione). Ancora in certe realtà europee nel XVI-XVII secolo, come a Venezia, il velo era prerogativa delle donne maritate e rispettabili.



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COMMENTI
10/05/2016 - Attenzione ai compromessi (Corrado Rizzi)

Bellissimo l'articolo sull'uso del velo nella storia; buonissima l'intenzione di trovare punti di contatto con l'Islam, ma attenzione a non piegare la storia per trovare a tutti i costi un accordo. L'Islam non ha mai dovuto costruire torri lungo le proprie coste per proteggersi dai cristiani in quanto pirati. Il colonialismo non ha rubato niente infatti chi è che ha miliardi da spendere SENZA FARE NULLA? Ancora oggi nei loro territori si è perseguitati perché cristiani. Comincino a sistemare i loro problemi tra i quali il velo è sicuramente il meno importante.