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LETTURE/ Il partito dei cristiani e la "rinuncia" di Tertulliano

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Catacombe della Basilica di santa Cristina (Viterbo) (Foto dal web)  Catacombe della Basilica di santa Cristina (Viterbo) (Foto dal web)

Ciò non significa, tuttavia, che i cristiani non debbano compiere delle scelte di rottura rispetto al contesto sociale in cui si trovano e quindi andare controcorrente, bensì che tali scelte vanno interpretate e comprese in un modo completamente diverso da quello della logica politica comunemente condivisa. [...]

Fatto questo cambio di passo, il nostro autore può tornare sulla questione se il cristianesimo sia una factio e — ora sì! — rispondere affermativamente: "Ora esporrò io stesso le attività della fazione cristiana per mostrare che sono buone, dopo che ho confutato [la tesi] che siano cattive" (39,1). Anzi, la profondità e la densità teologica del vincolo associativo che lega i cristiani tra loro sono esplicitamente dichiarate con l'uso dell'impegnativa metafora del corpo: "Noi siamo un corpo grazie alla coscienza di una comune religione, all'unità del modo di vivere e al patto di una comune speranza" (39,1). Ma questo non può più costituire un problema e non mette in discussione l'assunto di partenza, cioè che il cristianesimo non è un partito che, all'interno dello spazio politico, possa minare l'unità e l'ordine della comunità civile: il nostro riunirci — sostiene infatti Tertulliano — è per "assediare Dio con le preghiere" a beneficio di tutti: "Ci raduniamo per formare un gruppo e un'assemblea per circondare Dio, come con un manipolo compatto con le nostre preghiere. Questa violenza è gradita a Dio. Preghiamo anche per gli imperatori, per i loro ministri e funzionari, per la stabilità del mondo, per la tranquillità della situazione politica, per ritardare la fine" (39,2).

Il cristianesimo è dunque una factio buona, la cui azione è positiva, anzi indispensabile per tutti: il coetuscristiano è un elemento di stabilità per tutto l'impero. Tutto il resto del lungo capitolo 39 è dedicato da Tertulliano ad una analitica descrizione della vita dei cristiani, dai momenti di riunione catechetica (39,3-4) al ruolo degli anziani che li presiedono (39,5), alla gestione delle risorse economiche (39,5-6), all'etica sessuale (39,11-13), alle agapi fraterne (39,14.16-19). 

Questa sorta di autocertificazione di buona condotta — nella quale non è però mai assente l'elemento del giudizio sulla realtà esterna, che è anche la provocazione ad una riflessività autocritica da parte pagana — culmina in una formula sintetica che risignifica radicalmente il concetto di factio, ridisegnandone la posizione rispetto all'intera società: "Quando si radunano persone oneste e buone, pie, caste, la loro non si deve chiamare 'fazione' ma 'curia' (non est factio dicenda, sed curia)" (39,21). Non factio, cioè gruppo minoritario divisivo, elemento centrifugo che esercita una spinta disgregatrice, ma curia, cioè élite al servizio del bene comune (e al governo del sistema che alla cura del bene comune presiede).



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