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STORIA/ Dal Brennero al Grappa, senza memoria crescono i muri

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Accordo De Gasperi-Gruber, 5 settembre 1946 (Foto dal web)  Accordo De Gasperi-Gruber, 5 settembre 1946 (Foto dal web)

L'Europa si è ritrovata unita nella morte proprio sui confini lungo i quali più orrendamente si era combattuto.

E non credo passi inosservata la tremenda somiglianza tra i cimiteri dei morti senza nome dei viaggi della disperazione sulle coste siciliane, e i sacrari in cui dorme un triste sonno una generazione di ventenni condannata a una tomba anonima da una guerra combattuta nel peggiore dei modi, al di là che si fosse dalla parte di chi poi ha vinto o ha perso.

E' apparsa amaramente ironica la "fortificazione" del Brennero organizzata dall'Austria in pieno centenario della Grande Guerra: l'estrema dimostrazione che la Storia a volte è una vecchia suocera, che blatera i suoi moniti per restare inascoltata, o peggio vituperata.

Ironia doppiamente amara, perché l'atto di chiusura più rumoroso di questi ultimi mesi d'Europa di filo spinato e di sbarre abbassate è venuto da quell'Austria mitteleuropea, multilingue, multietnica e multireligiosa che sotto le aquile degli Asburgo pareva per certi aspetti aver profetizzato, a cavallo tra Otto e Novecento, alcuni tratti dell'Europa unita di là da venire. In tal senso, non credo vada dimenticato che uno dei padri dell'Europa, Alcide De Gasperi, iniziò la sua carriera politica nelle file dei popolari, nel parlamento viennese nel 1911.

Ma questi nomi, e questi morti, lontani da noi già un secolo, possono anche sembrare parte di un mondo che non è più, difficile da capire e da recuperare perché, oltretutto, tra noi e loro giace la mole scomoda dell'Europa dei totalitarismi, e del ventennio fascista in Italia. Eppure a scavare nella memoria recente ecco che ci vengono incontro altri morti e, in qualche modo, altre guerre, più difficili perché guerre sporche, non riconosciute, non consacrate nel lavacro santificante della memoria patria ufficiale. In una località sconosciuta talvolta anche ai frequentatori assidui delle Dolomiti, Sega Digon (siamo nel Comelico, in provincia di Belluno), lungo una valle che conduce fino al Col Quaternà, e da lì lungo una magnifica altavia che corre lungo il confine italo-austriaco, sorge, in una radura immersa in un bosco di conifere, la cappella in memoria dei caduti di Cima Vallona. Il 25 giugno 1967, dopo una prima esplosione che aveva demolito un traliccio dell'alta tensione, due bombe piazzate lungo l'unico sentiero di accesso alla zona dell'attentato investirono i militari italiani inviati sul posto per gli accertamenti del caso. Tre di loro rimasero uccisi sul colpo, uno morì dopo ore di agonia per le ferite, un altro rimase gravemente ferito.

L'eccidio di Cima Vallona segna l'apice della violenza della cosiddetta "guerra dei tralicci", condotta dai nuclei terroristici del Bas (Comitato per la liberazione del Sudtirolo).

Andrà ricordato che la fine di questa guerra dimenticata viene dai più ricollegata alla definitiva approvazione, nel 1969, del cosiddetto "Pacchetto Moro", che diede il via, nel 1972, all'esperienza, tutt'ora in vigore, della Provincia autonoma di Bolzano.



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