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STORIA/ Dal Brennero al Grappa, senza memoria crescono i muri

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Accordo De Gasperi-Gruber, 5 settembre 1946 (Foto dal web)  Accordo De Gasperi-Gruber, 5 settembre 1946 (Foto dal web)

Il sacrario militare di Cima Grappa ospita le spoglie di 22.910 soldati. 12.615 caduti italiani, 10.295 austroungarici. Di questi morti della Grande Guerra, quelli senza nome sono 20.332, cioè quasi la totalità, ma questa è un'altra triste storia, che pure meriterebbe di essere raccontata.

La tomba più famosa dell'intero sacrario, quella cui la pietas dei camminatori e dei turisti del centenario dedica maggiore attenzione, non è di un italiano, ma di un soldato ungherese, classe 1897, divenuto celebre per il nome che porta, inciso sul bronzo del loculo: Peter Pan. Il tono elegiaco di cui la Storia è talvolta capace sembra qui toccare il suo apice: l'eterno bambino dell'Isola che non c'è, che ostinatamente si rifiutava di crescere, ha un suo omonimo che è stato mandato a morire, forse a venti, forse a ventuno anni, a centinaia di chilometri da casa, restando ragazzo per sempre, inchiodato sulla soglia di una vita mai vissuta.

C'è una malinconica geografia della morte, che si snoda dal Pasubio a Redipuglia, e che oggi andrebbe rivisitata non solo alla luce del centenario del primo conflitto mondiale, ma in particolare alla luce dei fatti cupi che affliggono l'Europa, tanto alle sue periferie quanto nel suo cuore. Perché, se da un lato i confronti tra epoche e fatti lontani tra loro sono sempre scivolosi, dall'altro alcuni parallelismi inquietano nella loro imbarazzante similarità.

Ma parto dal generale: reputo il vago cosmopolitismo, l'universalismo della indifferenziazione culturale tanto pericoloso quanto gli estremismi nazionalistici. Non può esistere vera comunità europea se non si procede dall'iniziale riconoscimento e dalla valorizzazione delle identità linguistiche e storiche di ogni comunità nazionale. Non può esistere vera accoglienza dello straniero, migrante profugo clandestino, se non stabilisco con chiarezza e serenità quale sia la "casa comune" entro la quale sto ospitando chi di quella casa, fino al giorno prima, non era parte. E quindi sì, i confini, quando questi restino aperti, permeabili, una linea di comunicazione e non di chiusura, sono una bella cosa.

Perché i confini ci parlano tanto di noi quanto dell'altro, di chi sta al di là, come ci ricorda l'etimologia del termine, che nel prefisso cum richiama alla mente il fatto che il confine, per essere tale, ha bisogno della relazione, tant'è che la divinità che lo presiede è Giano bifronte. E parlando di cum-fini e di Giano a questo punto viene quasi naturale chiamare in causa il con-fronto, attività possibile solo quando hai davanti qualcuno con cui farti una bella chiacchierata.

Quindi, sperando che si colgano le ragioni profonde della mia affermazione, credo che l'Europa possa ripartire o ritrovarsi proprio nei propri confini. Vivendoli, indagandoli, interrogandoli. Ad esempio si scoprirebbero dei cimiteri, lungo il Piave (a Feltre, Quero, Pederobba), o sull'altopiano di Asiago, che ospitano, a fianco ai morti che non stupiscono, ossia quelli italiani e austroungarici, centinaia di giovani morti tedeschi, francesi, inglesi. Addirittura qualche cimitero musulmano per i reparti bosniaci sudditi di Francesco Giuseppe.



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