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LETTURE/ Nel segno della gioia: Lorenzo Gobbi e la realtà di Chagall

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M. Chagall, Cantico dei cantici, particolare (Foto dal web)  M. Chagall, Cantico dei cantici, particolare (Foto dal web)

Tempi così, ma anche tempi in cui l'allora adolescente Gobbi, continua la premessa, vede nei quadri di Chagall qualcosa che sembra «parlare di tutt'altro: tenerezza, fiducia, gioia di vivere, sogno, levità». Tutto un sogno naïf, quindi? No. Perché in quei quadri c'erano anche «esilio, lutto, ricordo, infanzia e musica sapiente».

«Li ammiravo senza capirli», scrive ancora Gobbi, narrando a larghe falcate come da questa prima ammirazione necessaria si sia instaurata un'amicizia vera e reale tra lui e Chagall, fino all'incontro con le cinque tele del Cantico dei Cantici. Era la fine del millennio scorso, e in quelle tele sognanti non si vedeva «nulla d'irreale, anzi! Ciò che contemplavo era sempre più vero ai miei occhi, più vivo, più concreto e personale […] Non sognavo affatto: rivivevo il passato, benedicevo il presente e mi proiettavo verso il futuro; abbracciavo con convinzione il divenire e lodavo Dio» (p. 14). E se a qualcuno potrebbe sembrare sufficiente un'esperienza estetica così per sentirsi in diritto o persino in dovere di parlarne, a Gobbi — e questo è un segno della sua cifra umana e intellettuale — no: o almeno, non è l'interesse primario. Questo libro nasce infatti da un dialogo ulteriore lungo e meditato: «lasciai che quelle cinque tele abitassero in me, nell'intimo. Intanto, insegnavo, leggevo, studiavo, scrivevo — e vivevo, soprattutto: con passione e dedizione, senza risparmiarmi, nella scuola e nella famiglia», finché «dopo quasi quindici anni di appunti e riflessioni, cominciai a riordinare le idee in questo libro»

Un libro che si offre prezioso e — mi scappa di dirlo — indispensabile nella puntualità delle fonti e ancor più, molto di più, nel metodo e nel fine. Quello di offrirci, tentando di «renderne ragione» (p. 15), un modo necessario, il solo vivificante forse, di accostare e condividere l'arte: «ogni uomo ripercorre le vie dei suoi dèi, dei quali è consanguineo, guidato da canti antichissimi nuovamente pronunciati, e conosce così la sua terra, percorrendola in una vita che appartiene a lui personalmente e insieme al suo gruppo familiare, ma anche al divino e al cosmo. Senza quei canti, senza quei racconti, la terra gli sarebbe estranea, ed egli non saprebbe più decodificare nulla: né il mondo né i giorni gli apparterrebbero più» (p.17).

È perché questi canti e questi racconti continuino ad appartenerci e ci aiutino ad appartenere a noi stessi che Gobbi ha scritto questo libro. Ed è per non sprecare questo regalo prezioso, questa preziosa possibilità di essere più vicini a noi stessi, che bisogna leggerlo e ringraziare chi l'ha scritto.



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