BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Juan de la Cruz, esplorare la parola per "raccontare" Dio

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Questa idea la troviamo chiaramente esposta nell'introduzione che Diego del Gesù ha fatto alla prima edizione delle Obras espirituales, di Juan de la Cruz uscite ad Alcalà de Henares nel 1618. Diego scrive che il mistico può usare "termini imperfetti, impropri e diversi", "viziosi per eccesso" e "abbassarsi a delle similitudini non decorose". Questa diversità è la manifestazione della lotta interiore del mistico che è costretto a mostrare e non a dire, ma può mostrare solo dicendo. Juan de la Cruz sottolinea apertamente questo aspetto nel Prologo al Cantico spirituale dove indica le strane immagini e somiglianze, lo sproposito come cifre specifiche della sua parola ma anche come segni dell'esperienza mistica.

Le figure straordinarie sono il luogo della contraddizione. Il luogo in cui il linguaggio raggiunge un'altra temperatura perché riesce solo in questo modo a testimoniare l'esperienza del divino. È un modo di significare che permette di vedere in modo inattuale il mondo. Non è un caso che Juan de la Cruz predilige, per indicare il contatto con il divino, la metafora  della "sobria ebrietas". È una metafora antica. Possiamo farla risalire almeno a Filone di Alessandria che usa spesso l'ossimoro (De ebrietate 146-149; De fuga et inventione 166). 

Le figure legate alla contraddizione mettono alla prova la comprensione e per questo sono alcune delle figure preferite da tutti i mistici. Producono uno schianto conoscitivo che rompe certezze definite e illumina le cose. Secondo questa tradizione le espressioni linguistiche che riguardano Dio sono destinate a diventare paradossali. Il paradosso crea una lacerazione perché mette a prova la pigrizia intellettuale, perché assume il rischio dell'assurdo per esprimere le nostre contraddizioni. 

Questo portare il linguaggio alle estreme conseguenze si manifesta esemplarmente nell'uso che Juan de la Cruz fa della metafora. Metafora creatrice, che si apre all'abisso della alterità indicibile del divino. Una indicibilità a cui accennava lo Pseudo Dionigi. Scrive lo Pseudo Dionigi nel De divinis nominibus che Dio è, nella sua totale alterità, totalmente ineffabile. Ciò che più si avvicina alla sua comprensione è un vuoto privo di parole. Nessun nome può essere predicato di Dio che è al di là di ogni conoscenza razionale. Dunque ogni tentativo positivo di avvicinarsi a Dio è fallace. Unica via è quella di uno svuotamento totale di parole e pensieri che porti all'esperienza dell'unione.

Una unione che è anche sentire fisico di Dio, unione spirituale che implica una completa identità corporea. L'esperienza umana deve essere portata al limite per poter incontrare l'esperienza divina, è solo in questo processo creativo che Dio può manifestarsi.  



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >