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STORIA/ Dal Brennero al Grappa, forse è (solo) questione di "schei"

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Di certo resta l'impressione, soprattutto dopo la "salvinizzazione" della Lega Nord, di un movimento che si è come sfibrato, disperso in tanti rivoli. Il tema caldo del leghismo della prima ora, ossia la dialettica contro il centralismo romano e contro le sperequazioni tra nord e sud Italia, è stato anestetizzato, rimandato a data da destinarsi, in nome di una destra nazionalista di evidente aspirazione europea, che al posto della "Roma ladrona" e dei "terùni catastrofe del nord" individua i nuovi nemici da un lato nei migranti del sud del mondo, dall'altro nelle presunte mire egemoniche del neocentralismo europeo.

Ma questa mole di fenomeni politici veneti, che sembra nutrirsi di alcuni grandi catalizzatori culturali, in primo luogo il mito della Serenissima, seguito dal recupero e dalla salvaguardia della "lingua veneta", posto che esista o che sia mai esistita, a mio avviso risponde a un malessere che è nato economico e che continua ad essere eminentemente economico: il malessere di una regione che produce parecchia ricchezza, a fronte della quale non ottiene il riconoscimento (politico, fiscale, finanche mediatico) che le spetta da uno Stato ancora abbastanza oggettivamente sbilanciato attorno ad altri poli (non solo romani, ma anche lombardi). Se tale malessere non fosse economico, ma effettivamente il malessere di un "popolo" oppresso da un invasore, dubito che Rovigo, Asiago, Belluno, Cortina si sarebbero detti pronti a rinnegare la propria veneticità in nome di una maggiore disponibilità di denari.

Dunque i tirolesi fanno parte di un popolo, i veneti no? E dove alligna questa incapacità di percezione nazionale che sembra attanagliare il Veneto, e forse buona parte d'Italia, a vantaggio di particolarismi, disaffezioni, mancanza di etica pubblica? In un processo di unificazione nato male e proseguito non nel migliore dei modi? Nei Comuni medievali? Nello Stato della Chiesa? Nei Longobardi?

Alle elementari, negli anni Ottanta, mi hanno spiegato in una determinata maniera il 1866, Lissa e Custoza, l'annessione del Veneto al Regno. Oggi le cose sono cambiate, ha fatto breccia anche nelle menti dei moderati l'idea che quel referendum (ma quanti ne abbiamo avuti, nella nostra storia!) abbia avuto perlomeno qualche zona d'ombra, e che le "folle festanti" che nei temi di quinta elementare gremivano le piazze all'arrivo dei soldati sabaudi non fossero poi così oceaniche, visto che nelle campagne i contadini spesso non fecero mistero di non cogliere poi tutta questa differenza tra un imperatore a Vienna e un re a Firenze. E ancora, in studi recenti si riscoprono gli atti di alcuni processi per disfattismo, celebrati nei giorni tragici di Caporetto, a carico di anziani contadini e piccoli commercianti di Padova e Treviso, colpevoli di aver detto che, a fronte di tutta quella distruzione e di tutta quella fame, a quel punto era meglio quando si stava sotto l'Austria. 



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