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STORIA/ Berlusconi "spalla" di Cosa nostra? Ecco dove fa acqua il teorema dei pm

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La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)  La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Ma i nuovi giudici fiorentini (dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi ai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini) hanno nettamente negato che Forza Italia o Mediaset sia stato "mandante o ispiratrice delle  stragi" mafiose.

Il loro scopo sarebbe stato di far montare una reazione di destra contro la prospettiva di un'ascesa della sinistra al governo. Ma per i magistrati fiorentini è possibile che un canale di interlocuzione si fosse aperto con quel nuovo partito o anche solo con alcuni esponenti di rilievo.

In altre parole, non hanno escluso che la formazione politica di Berlusconi e Dell'Utri sia stata considerata da Cosa nostra "come una chance per affrancarsi dalla precedente classe dirigente in declino" e per collegarsi al nuovo partito o anche solo con alcuni suoi esponenti di rilievo.

L'uso della mafia stragista per sbarrare la strada a un governo di sinistra è stata prospettata a Quattrocchi e ai suoi colleghi dai parlamentari della Commissione nel corso della loro audizione. Ma il procuratore di Firenze è stato preciso nel tenersi lontano dal "fascino di ipotesi senza prove". Le conclusioni alle quali era pervenuto non lasciano adito a dubbi: "dalle nostre indagini non risulta un negoziatore specifico" per saldare Cosa nostra a Berlusconi e Dell'Utri.

Non c'è, però, dubbio che per il pubblico ministero citato, come per il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e l'ex presidente Ciampi, nelle stragi del 1992-1993 ci furono mandanti a volto coperto, agenti esterni. Bombe commissionate alla mafia da forze ipotizzate come pezzi (al solito "deviati") dell'apparato dello Stato servirono a favorire, insieme alla destabilizzazione del paese, l'arrivo al potere di forze nuove come quelle raccolte nei consigli di amministrazione di Mediaset.

Questa traccia fu seguita dal pm fiorentino Chelazzi e da lui illustrata nell'audizione del 2 luglio 2002 a Palazzo San Macuto, presso la Commissione parlamentare antimafia. È da allora che il parlamento sa, è informato di una vicenda giudiziaria che il coraggioso magistrato nel 2002 definisce "unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana" e dalla "finalità eversiva".

Non fece in tempo a fornire ai commissari e ai consulenti le carte che aveva promesso, perché nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 si accasciò. Lo aveva colpito a morte un infarto, a Roma, in via Sicilia nella foresteria della Guardia di Finanza.

Chelazzi aveva stabilito un collegamento tra le stragi del '92-'93 scatenate dalla mafia e le nuove forze politiche che avrebbero ereditato il paese stremato da esse. Non ebbe purtroppo il tempo di munire la politica delle prove raccolte.

Ma la stessa riflessione è stata fatta da un altro autorevole magistrato, Piero Grasso, a Firenze, nel corso della commemorazione della strage di via Georgofili: "Le stragi mafiose del '93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l'intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull'ordine pubblico, ha inteso agevolare l'avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. Non venne escluso che questa transizione potesse passare attraverso un vero e proprio colpo di Stato in piena regola. È quello che venne evocato dall'ex presidente Ciampi nel descrivere il trambusto, le paure di quelle ore e di quei giorni, consumate tra incertezze e vero e proprio terrore, con le linee telefoniche di Palazzo Chigi recise. (…) L'Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato".



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