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STORIA/ Berlusconi "spalla" di Cosa nostra? Ecco dove fa acqua il teorema dei pm

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La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)  La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Parlando in Parlamento il 28 luglio formalizza, per così dire, questa sensazione: "È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune".

Rievocando questo discorso col pm Chelazzi e con Pier Luigi Vigna, allora procuratore nazionale antimafia, il pur sempre prudente Ciampi non cambia opinione sul pericolo corso.

I pm fiorentini invitati da Pisanu alla Commissione hanno offerto delle precisazioni interessanti anche su altri aspetti. In primo luogo hanno negato che i nostri servizi di intelligence abbiano offerto qualche minimo contributo. In secondo luogo che l'obiettivo di Cosa nostra fosse di ottenere benefici per i boss detenuti. A loro avviso questa era solo la "parte minore della trattativa con lo Stato". In terzo luogo che nella decisione dei fratelli Graviano di proseguire la stagione delle stragi, l'atto del ministro Conso, cioè "la revoca del 41bis era indifferente".

Il pm Nicolosi ha recato una notazione interessante quando ha dichiarato: "Al Dap c'era la certezza assoluta che molti 41bis sarebbero stati revocati, la notte del 19 luglio '92, perché erano stati dati a cani e porci, a tappeto".

È, però, innegabile quanto in realtà è avvenuto, cioè che dopo il 1993 sia iniziata una sorta di diminuzione, se non di declino, della mattanza. Dura fino ad oggi.

Questo scemare della violenza e del terrorismo mafioso non è, però, da attribuire alla minore progressiva presa sulla società e sulle istituzioni dei partiti e dei governi di centrodestra.

Il pentito Giovanni Brusca, nella deposizione resa nell'aula bunker romana di Rebibbia, durante il processo contro il gen. Mario Mori accusato di favoreggiamento della mafia, ha formulato una testimonianza tagliente: "Berlusconi può essere accusato di tante altre cose, ma per le stragi del '92-'93 non c'entra niente, non facciamolo diventare un martire. Veniva accusato anche di cose peggiori. Di tutto questo parlai con i miei cognati, Salvo e Rosario Cristiano. Ho querelato l'Espresso perché non ha rettificato una notizia falsa: io non sono mai andato da Berlusconi".

Anche sentenze della magistratura, fino ai vertici della Corte di Cassazione, hanno stabilito che Silvio Berlusconi e lo stesso Marcello Dell'Utri hanno avuto interessi e scambi non occasionali, anzi permanenti, con Cosa nostra.

L'ex premier da molti anni versa ai boss una somma significativa perché proteggano i membri della sua famiglia. Dell'Utri ha, invece, avuto frequentazioni e forme di collaborazione meno volatili, anzi più organiche, anche indipendentemente dall'approvazione di Berlusconi. Da lui dal 2000 al 2012 ricevette versamenti per un totale di circa 40 milioni di euro.

Il giudice Ingroia su di esse non ha escluso che si sia potuto trattare di estorsioni effettuate da Dell'Utri "in proprio, ma anche su incarico di boss di Cosa nostra". 



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