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L'INTERVISTA/ Antoine Leiris (scampato al Bataclan): non voglio che la rabbia governi il mio cuore

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Riuscirà, non riuscirà, farà retromarcia? Che importa saperlo: la vita non prevede addestramenti, getta allo sbaraglio. La grande bellezza sempre nascosta dentro il caos più brutale, il non-inferno giusto nelle viscere dell'inferno, la Pietà nell'immobile blocco marmoreo. Sempre la stessa-storia. Dall'Egitto di Mosè alla Parigi di Antoine-Hélène, traghettando per la Betlemme del Cristo, fin sul Golgota: l'assurda insensatezza di un Dio inchiodato nel nome stesso di Dio. Perché dunque non-odiare? "Devo entrarci in questa storia. Odiare sarebbe come schivare la sofferenza: gioire della morte dell'assassino rischiando di non sorridere più a quelli che restano".

Nella hall dell'albergo Antoine passeggia un po' spaesato: il trambusto che gli ronza attorno, addosso, lo rende simile ad un bimbo, il primo giorno d'asilo. Tutto, in lui, sembra evocare la paura. Anche la paura di esserci-ancora: "Non ho scelto che sono ancora vivo" annota nel suo libro. Ammettere la paura, però, è come averla già vinta: la paura è la camera oscura dove si sviluppa il negativo di una foto. 

Ascolti Antoine e s'annuncia Platone: "Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce". Non-odiare è avere paura del buio, odiare è avere paura della luce. Perdonare, per chi ne sarà capace, è aumentare la densità di luce.

Chiudo il taccuino e ringrazio: lo lascio alla sua storia. Una sola domanda, tra le mille, è rimasta senza-voce. Ritento: "Chi era Hélène?" Lui, distinto, tace. E' giusto così: un segreto è tale se rimane segreto. "Merci beaucoup, Antoine".



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