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LETTURE/ Il crollo del '92 e i "puri" che non si sporcarono le mani

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Antonio Di Pietro (Infophoto)  Antonio Di Pietro (Infophoto)

Frequentavo l'Università Cattolica in quegli stessi anni Novanta, mentre in tv impazzavano già le "picconate" presidenziali di Cossiga e i primi talk show del capostipite Gianfranco Funari tra manette svolazzanti e tardivi mea culpa… e mi ricordo i dibattiti accesi nelle aule dell'ateneo milanese e, fuori da esse, la crescente attesa di figure che uscissero dai ranghi politici, soprattutto allora dalla Democrazia Cristiana, quasi che ciò avesse significato semplicemente abbattere un sistema malato, identificato principalmente con il suo partito di maggioranza, lo stesso che avrebbe dovuto rappresentare le maggiori sensibilità e valori di molti che quell'università frequentavano. E poi appunto la Rete e i sui protagonisti di "rottura" i quali, a seguire i referendum di Mariotto Segni, sembravano promettere questo futuro rinnovato di democrazia e libertà. 

Oggi sarebbe forse da chiedere a padre Sorge, e a quelli come lui che sinceramente sperarono di potere cambiare le cose, se allora tutto ciò che vi era di possibile fu effettivamente compiuto in tal senso, se la volontà di cambiare una società italiana endemicamente strutturata su reti gerarchiche notabilari e gruppi di interesse si scontrò effettivamente contro un muro invalicabile. La stessa severità che oggi si riserva a chi come Renzi sta provando a trasformare (pure a muso duro, certo) il nostro Paese con quello che ha a disposizione — e lo riconosciamo, francamente non è molto — forse la si dovrebbe rivolgere innanzitutto a quella stagione e a quei protagonisti di allora, i quali, senza offesa, si trovarono in un frangente assai più favorevole di oggi, quando alla scomparsa subitanea e fragorosa di un'intera classe dirigente si sarebbe potuto far seguire appunto una nuova schiera di buoni politici, di buoni amministratori, di persone innamorate del bene comune secondo la pluricitata espressione di Paolo VI: la politica come più alta forma di carità. 

Troppa "purezza" forse non giovò allora, quando chi non si volle "sporcare le mani" alla fine si ritirò al ruolo di spettatore, per quanto autorevole e intellettualmente onesto. Credo che oggi quella stessa propensione al giudizio non dovrebbe però bollare come fallito il tentativo di chi nel cercare di cambiare le cose e di far progredire il nostro Paese, le mani se le sporca metaforicamente nell'esercizio politico quotidiano, alle prese con una società difficilmente governabile e a volte sinceramente indisponibile a compiere effettivi passi di maturazione istituzionale e civile. Forse costoro che oggi ci stanno provando meriterebbero un segnale di conforto, magari pure in qualche caso di correzione fraterna, certamente un'attestazione di ottimismo cristiano: perché sono la nostra nuova generazione, quella di padre Sorge, ad oggi, non è più pervenuta. 

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