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LETTURE/ Non confondiamo la cicogna con l'utero in affitto

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Quest'ultimo è l'episodio narrato nel Libro della Genesi rivisitato da Thomas Mann nel suo romanzo Le Storie di Giacobbe: "Rachele aveva avuto in sorte il piacere. Ma un'altra avrebbe sostenuto i dolori. (…) Del resto ella compiva gioiosamente e devotamente tutto quello che le era concesso e prescritto di fare. Lasciò che Bilha partorisse sulle sue ginocchia secondo (quanto) esigeva il cerimoniale".

Sara e Rachele si erano però credute sterili anzitempo, e come accade a volte ancora oggi a chi ha cercato un rimedio dopo accurate diagnosi di infertilità successivamente smentite dai fatti, anche Sara e Rachele concepirono. Sara concepì Isacco e Rachele concepì Giuseppe e Beniamino, gli ultimi dei dodici figli che Giacobbe ebbe dalle due mogli sorelle e dalle loro schiave.

La battuta "I bambini li porta la cicogna" non è però un semplice depistaggio della curiosità infantile. Si tratta piuttosto dell'offerta di una risposta in forma di rebus da risolvere (a tempo debito), come ha notato Freud con la sua interpretazione della cicogna (L'avvenire di un'illusione, 1927), ri-centrando così il quesito riguardante la nascita sul rapporto sessuale (anche la metafora popolare del cavolo sotto il quale nascerebbero i bambini è interpretabile nello stesso modo). 

Oggi il rischio di depistaggio del pensiero del bambino è maggiore che al tempo di Freud. Se il nocciolo risiede ancora nel distrarre il pensiero dal nesso nascita-rapporto sessuale, il suo sviluppo moderno non offre più al bambino, sul piano simbolico, un rebus che stimoli la sua "brillante intelligenza", secondo l'alta considerazione freudiana dell'intelligenza del bambino, ma apre piuttosto la porta a pensare che i bambini si comprino, magari all'ospedale come luogo reale (non solo simbolico) di "fabbrica" dei bambini.

Ciò che negli adulti presiede al desiderio del figlio non è riconducibile ad una motivazione univoca, ma a una costellazione di fattori dove le aspettative consapevoli si mischiano a spinte inconsapevoli, che affondano nella memoria e nella storia individuale, negli slanci ideali o in fantasie risarcitorie, di omologazione o di riscatto futuro attraverso la progenie. Questa complessa nebulosa viene espressa comunemente dalla locuzione: desiderio di un figlio, desiderio del figlio. Merita allora osservare che il senso della frase non è univoco. Come genitivo oggettivo indica il desiderio di avere un figlio. Come genitivo soggettivo indica il figlio (non il genitore) come soggetto di desiderio. Una variante linguistica e grammaticale che spariglia le carte, raccogliendo al minimo comun denominatore di soggetto di desiderio (e non oggetto), il figlio: sia i figli naturali, sia i figli "comprati".



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