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LETTURE/ Bagnoli, il KO rivoluzionario di "Fuori i secondi"

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Cesare Bagnoli in azione (Immagine d'archivio)  Cesare Bagnoli in azione (Immagine d'archivio)

Un libro, ancora, che fra i suoi non pochi pregi ha quello del coraggio mitoesistenzialista di narrare una storia semplice in forma di poemetto, riuscendo nell'arduo compito di inscriverla nel segno di un realismo visionario di forte carica evocativa, grazie a una scrittura distesa ma non per questo ostile, per partito preso, ai suoi possibili sviluppi verticali. Già Claudio Damiani in punta di secolo ci aveva ricordato con autorevolezza di come una famiglia qualunque possa essere covo o culla di eroi, dove le res gesta sono le piccole e grandi cose di ogni giorno, con il loro carico di affetti e stupori. Rispetto a Damiani, Bagnoli restringe l'angolazione del mirino tematico dalla famiglia al pater familias, per muoversi sul terreno del ritmo e del lessico con un impeto riformativo e inclusivo che ha pochi equivalenti negli ultimi anni, qui da noi, fra i poeti degni di questo nome. Bruciata in un falò rigenerante la materia intellettualistica del "poetese", la poesia di Fuori i secondi espone il lettore all'assalto di un corpo-linguaggio insieme "grosso" e ruspante. Così grosso e ruspante, e pieno d'energia, da saper mettere storicamente KO (mi si concederà, spero, l'incongruità della metafora) tanto il flatus vocis di certo lirismo residuo da parola innamorata, quanto i cachinni ironico-depressivi delle male pratiche dell'understatement… 

L'azzardo perpetrato con fierezza ma senza spocchia da Bagnoli è di quelli forti: rinnovare nel cuore freddo del tardo post-moderno la scommessa di una parola sentimentale collegata senza soluzione di continuità, né furberie da letterato, all'etica del genius loci. Dar voce all'epica quotidiana di un popolano della Brianza (che poi è il padre del poeta, lo sappiamo, ma questo a noi lettori non deve importare. Non lo sapevo neanch'io, che Augusto è stato il padre di Corrado, quando lessi il libro per la prima volta: e il saperlo, adesso, lo dico fra parentesi, non sposta di un'acca il mio giudizio), diventa per Bagnoli il pre-testo necessario e sufficiente per spingersi a scavare con ribalda naturalezza nella sostanza terragna, maternamente tellurica, della lingua. 

Tersissimo per intensità di fervore mimetico, il parlato basso della piccola società famigliare, sportiva e professionale protagonista del libro sa restituire l'immagine di una coralità nutrita da quelle profonde radici analfabetiche che, come ci ha insegnato magistralmente Bergamìn, nutrono qualunque costruzione del pensiero, filosofica o poetica che sia. Non a caso, a fronte del testo in lingua italiana, in questo romanzo di formazione fatto di lunghi o addirittura lunghissimi versi in sostanza di parlato segue la ri-creazione dialettale — a sua volta felice, e anch'essa perfettamente verosimile — che ha saputo farne Piero Marelli. Una voce "seconda" che incita il lettore non distratto a riconoscere quello che è uno dei messaggi salienti che fanno l'eredità più intrigante di questo Bagnoli maggiore, che tanto meno abdica alla poesia, si direbbe, quanto più sembra essere a un passo dall'abiurarla. 



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