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LETTURE/ Violante: la "profezia" di Aldo Moro e la politica di oggi

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Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)  Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)

Fu sempre ammirato, ma raramente ascoltato. La sua superiorità intellettuale non era contestata. Ma poneva  problemi che andavano oltre il contingente, che costringevano a modificare previsioni, progetti e rapporti di forza. E, tragedia nella tragedia, restò vittima di quei giovani che egli, unico tra i grandi dirigenti politici del suo tempo, aveva proposto di capire. 

Oggi ci manca troppo spesso l'attitudine alla comprensione del significato dei fatti e delle loro radici. Questa mancanza ci pone spesso in balia della cronaca, alla quale reagiamo con logiche precostituite, imputando i fatti favorevoli ai nostri meriti e gli altri alla altrui malvagità. Moro ci suggerirebbe probabilmente di uscire dai nostri gusci e di avere il coraggio della verità perché la menzogna politica, nelle sue molteplici forme, diventa il sepolcro della libertà.

Una delle preoccupazioni costanti fu quella relativa al governo della "democrazia difficile". A coloro che ritenevano la democrazia un fatto acquisito una volta per tutte e mai in vero pericolo, Moro proponeva che il sistema parlamentare fosse in continua evoluzione e funzionasse per integrare coloro che ne erano fuori o per propria scelta o perché socialmente emarginati. Di qui l'importanza che egli annetteva al concetto di "fluidità": "non chiudere le cose, non compiere scelte unilaterali"; lasciare quindi sempre una strada aperta per rendere la democrazia capace di accogliere, integrare, unificare nel rispetto delle differenze. 

Solo la flessibilità dei processi politici può consentire alla democrazia di accogliere i desideri e le speranze  di coloro che erano lontani dalla partecipazione democratica. Mentre, nei primi anni della vita repubblicana, Moro poneva in questa forma il tema dell'espansione della base democratica del sistema politico, altri affrontavano nello stesso tempo lo stesso problema attraverso miti e simboli che affidavano le soluzioni alla mediazione dei partiti e alla capacità di trascinamento propria delle ideologie. 

L'integrazione c'è stata. Difficile dire quale delle due forme sia stata più efficace; forse, negli anni di Moro, sono servite entrambe a superare i rischi della frattura tra sistema politico e società.

Il suo sforzo continuo di rappresentare senza infingimenti la complessità del reale, le sue contraddizioni e le sue potenzialità lo portava ad una lingua difficile, ad immagini apparentemente contraddittorie. Pasolini era insofferente rispetto alla sua lingua e negli anni Settanta disse di lui "ha potuto e può far tutto… a patto di tacerlo". Il giudizio era ingeneroso, perché in realtà Moro avvertiva in termini drammatici il peso delle responsabilità che negli anni Settanta gravavano sul suo partito e del conflitto tra la forza di quel partito e la sua inadeguatezza a ricucire le fratture che si aprivano nella società e nel mondo politico. La sua oratoria non poteva non risentire della drammaticità del decennio che si concluse con il suo omicidio.



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