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LETTURE/ Violante: la "profezia" di Aldo Moro e la politica di oggi

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Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)  Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)

Italo Calvino colse il rapporto tra complessità del reale e complessità della lingua. E scrisse in Note sul linguaggio politico: "Quando le cose non sono semplici, non sono chiare pretendere chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici cioè menzogneri… lo sforzo di cercare di pensare e di esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l'unico atteggiamento onesto e utile".

L'attenzione di Moro per  le strutture sociali e politiche lo rese più un innovatore del contesto politico che delle strutture istituzionali. Questo suo distacco dalle istituzioni formali fu colto con un certo rammarico da Giuseppe Bettiol, senatore democristiano e stimato giurista suo contemporaneo, che dedicò un suo importante libro "Ad Aldo Moro, collega ed amico, che questo genere di studi nobilmente disdegna".

In realtà Moro non ignorava la grande funzione delle istituzioni democratiche, ma non si abbandonò mai all'illusione regolatoria, l'idea che l'ordine — altra categoria spesso richiamata nei suoi interventi — dipendesse solo dalle regole. Di qui la sua attenzione al contesto politico, agli avvenimenti, alla realtà nella quale si muovevano i protagonisti della vita politica e sociale. 

In un intervento in Assemblea Costituente, il 13 marzo 1947, sostenne che "costruendo il nuovo Stato, noi determiniamo una formula di convivenza; non facciamo soltanto organizzazione dello Stato, non definiamo soltanto alcuni diritti che intendiamo sanzionare  per la nostra sicurezza nell'avvenire; determiniamo appunto una formula di convivenza, la quale sia la premessa necessaria e sufficiente per la costruzione del nuovo Stato". Ancora una volta le strutture sociali e politiche prima di quelle giuridiche e ordinamentali. 

E' impossibile trovare nei suoi discorsi parlamentari o nell'Assemblea Costituente accenti irrispettosi nei confronti degli avversari. Ma questo non per una sorta di galateo formale. Moro era convinto della necessità della regolazione del conflitto politico che non doveva mai trascendere in rotture irrecuperabili o in offese alla dignità delle persone, per consentire il percorso della vita politica. Persino in uno dei momenti più difficili per il suo partito, la vicenda Lockheed, non ebbe parole violente mei confronti degli accusatori, ma solo una forma di pungente e amara ironia: "Se avete un minimo di saggezza, della quale, talvolta, si sarebbe indotti a dubitare, vi diciamo fermamente di non sottovalutare la grande forza dell'opinione pubblica che, da più di tre decenni, trova nella Democrazia cristiana la sua espressione e la sua difesa".

Il denominatore comune delle riflessioni di Moro è stato il consolidamento permanente della democrazia. Perché la democrazia non è figlia di una predisposizione  naturale dei cittadini e dei popoli. E' frutto di sofisticati equilibri tra i diversi poteri pubblici, della partecipazione attiva dei cittadini, dell'equilibro tra diritti e doveri, di contesti di rispetto e di inclusione, della capacità di porre un freno al conflitto politico. 

Quando queste qualità non sono presenti la democrazia deperisce, i suoi strumenti si inceppano, nella società si manifestano pulsioni egoistiche, rancori, banalizzazione dei problemi sociali, primato degli interessi individuali sul bene comune. Perciò credo che si possa dire che uno dei grandi e attuali insegnamenti che egli ci ha lasciato è il dovere civile della cura assidua della democrazia, delle sue regole e dei suoi valori.



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