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SCENARI/ Per uscire dalle macerie del neoliberismo ci serve Charles Péguy

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Il sociologo (Mauro Magatti dell'Università Cattolica) non teme di prospettare addirittura "una tragedia" alla svolta del neo-liberismo declinante. Ma non rinuncia a chiudere il suo intervento alla Summer School del Ceur, in corso fino a oggi pomeriggio al Camplus di Turro,con qualcosa di più di una proiezione analitica. Il suo modello di "scambio sostenibile contributivo" non è un affatto un lieto fine certo e prevedibile ad evitare involuzioni dittatoriali sia della politica che dell'economia; ma una "speranza razionale" utile come bussola culturale lo è certamente, ancorata all'irriducibilità sociale del "legame umano".

Lo storico dell'economia (Giulio Sapelli, della Statale di Milano) non è meno intellettualmente "tragico" alle Conversazioni a Milano 2016, sotto il titolo "Libera natura umana". Denuncia la "perdita dell'innocenza" di un liberismo che non riesce a farsi vero liberalismo e molte altre perdite: come la centralità delle classi dirigenti o il ruolo strutturale degli stati nazionali, annientati dall'urto della globalizzazione finanziaria. Non riesce a dissipare davanti ai suoi occhi uno scenario di "stagnazione secolare" deflattiva, di desertificazione imprenditoriale imposta dal boomerang regolatorio dell'iper-liberismo. Però non rinuncia a raccomandare la lettura di encicliche come Caritas in veritate e Laudato Sì: non può non esserci più nulla dopo l'ennesima fase tardo-capitalista, in cui la democrazia e la geopolitica degenerano in "poliarchie pretoriane" e le società degradano a "folle solitarie".

Troppo facile tuttavia, hanno detto entrambi, fermarsi all'archiviazione notarile di un trentennio di storia fra gli anni Settanta e il 2008. Sbagliato tagliar corto su un neoliberismo che avrebbe solo tradito "premesse e promesse" (il Pil mondiale è raddoppiato, centinaia di milioni di umani hanno avuto accesso a soddisfazione di bisogni prima sconosciuti. E' vero invece, ha sottolineato Magatti, che il neo-liberismo lascia una confusa eredità antropologica ed è questo il problema. Lascia un'economia molto concentrata negli assetti produttivi e nella distribuzione della ricchezza. Lascia masse di uomini convinte della "crescita indefinita" dal cui nessuno sarebbe "democraticamente" escluso da una quota parte crescente. Lascia la finanziarizzazione dell'economia come paradigma di un capiltalismo "automatico", in cui l'accumulazione è istantanea e senza limiti. Lascia, soprattutto, una società frammentata in "io" individuali, risucchiati dalla tecno-finanza in circuiti di "volontà di potenza".

Fra gli esiti possibile di una transizione dal neo-liberismo, secondo il sociologo della Cattolica, non possiamo escludere nuove escalation di "violenza": sotto forma di conflitti o di ridimensionamento autoritario delle democrazie. E vanno osservati da vicino i trend evolutivi del lavoro: quando lo "smart working", al contrario che "liberazione totale e nello spazio", prefigura un nuovo taylorismo digitale. Ma c'è una terza via che non sia la solita terza via? 



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COMMENTI
11/06/2016 - Neoliberismo (delfini paolo)

Grazie ad Antonio Quaglio per l'interessantissimo articolo. Il liberismo ha fatto tanti troppi danni, è ora di cambiare finalmente registro.