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LETTURE/ Diritti umani e cristianesimo? Meglio seguire Ratzinger (fino in fondo)

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Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)  Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)

La lotta sostenuta dal tradizionalismo cattolico contro l'ideologia politica dei diritti e delle libertà è un fatto reale, anche se risulta riduttivo limitare a questo scomodo aspetto la storia della presenza della Chiesa nel crogiolo da cui è nata la nostra società contemporanea. Si entra decisamente nell'opinabile, d'altra parte, quando Pera inizia a delineare l'evoluzione dello spirito conservatore del cattolicesimo di Antico Regime inoltrandosi al di là delle tempeste di Sette-Ottocento.

Al centro del quadro si installa la tesi del cedimento autolesionista. Ne sarebbe frutto evidente la teologia politica o morale in senso lato degli ultimi cinquant'anni, già dispiegata in nuce nei pronunciamenti del Vaticano II, portata poi a sviluppo ulteriore nel trend prevalente del magistero papale a noi più vicino. Quello a cui si è assistito nelle cerchie più autorevoli della Chiesa viene equiparato a una progressiva liquefazione della consapevolezza, prima del tutto limpida e granitica, del contenuto "eversivo" della cultura dei diritti. La sirena del loro fascino ha contagiato, nello stesso momento in cui le corrodeva dall'interno, le forme dell'autocoscienza cristiana. Camuffata sotto le nobili vesti della tutela del bene del soggetto umano e della promozione della giustizia sociale, l'emancipazione dell'uomo moderno ha fatto venire alla luce le (solo presunte?) radici evangeliche della sua sbandierata dedizione per la sorte della civiltà del pianeta globale. E ribattezzandosi in senso cristiano, capovolgendosi su sé stessa con pirotecnica riconversione totale, l'apologia dei diritti umani è diventata parte integrante del compito di servizio, per la costruzione di un nuovo umanesimo, a cui la fede si sente oggi interpellata rispondendo al bisogno che incontra lungo il cammino. Si va sempre di più verso la fusione fra Chiesa e mondo moderno, in una ricerca di "convergenza", di dialogo, se non di "coincidenza" tra i due ambiti, che tende ad annullare tutte le spigolosità del rapporto tra religione e realtà della vita sociale, presentando della prima un'immagine molto addolcita, al ribasso, che svuota la pretesa cristiana rispetto a una sfera umana da cui si espungono il negativo e il dramma del male irrisolto. Invece di salvare la realtà malata, il desiderio di portare l'uomo al contatto con una fede ragionevole "contraddice" nella sua sostanza, così scrive l'autore, la natura dell'evento cristiano. 

L'unica via di uscita, ammonisce Pera, è tornare a riconoscere nella cultura dei diritti, come l'avevano dipinta i fieri avversari dei secoli scorsi, una gigantesca tentazione diabolica, architettata come esca proprio per "scardinare il cristianesimo", sostituendo alla proclamazione fedele della visione antropologica su cui l'avevano fondato i suoi veri maestri l'equivoca esaltazione dell'uomo che vuole innalzarsi davanti a Dio e finisce per respingerlo "fatalmente" dal suo orizzonte. Il tragico errore di prospettiva, dilatato fino alla scelta di inserirsi nei meccanismi delle moderne società democratiche dell'Occidente, starebbe nella resa acritica alla parabola della secolarizzazione, che condanna la coscienza cristiana all'irrilevanza, facendola scivolare nel limbo di una esigua minoranza creativa. 



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