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LETTURE/ Diritti umani e cristianesimo? Meglio seguire Ratzinger (fino in fondo)

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Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)  Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)

Dunque l'inganno del soggettivismo elevato a regola aurea di un diritto autocostruito costituisce, nella logica della denuncia di Pera, un tradimento che ha alterato la continuità della dottrina, sfigurandola. Ora, che ci sia stata discontinuità, è fuori discussione. Ma da qui a ritenere che lo sviluppo e il cambiamento di una posizione umana siano solo fattori di snaturamento, passa una bella differenza. Senza sviluppo, il pensiero cessa di essere vivo e si condanna alla ripetizione dei suoi schemi irrigiditi. Se persino l'articolazione del contenuto dogmatico della fede è stata l'oggetto di un processo di messa a fuoco disteso nel tempo, a maggior ragione deve mantenersi aperta a un lavoro continuo di approfondimento la sua interpretazione, che poi si organizza in un giudizio sulla fisionomia del presente in cui la coscienza cristiana si immerge per portare il contributo di una proposta originale. Reagendo alle circostanze che si trasformano, lo sviluppo dell'autocoscienza cristiana include inevitabilmente anche il rischio di tentare strade nuove, e ogni cambiamento che si produce espone a perdite, rinunce e fallimenti, insieme alla possibilità di guadagni sostanziali. Restare fermi non è in ogni caso la scelta migliore.

In particolare, le metamorfosi della storia più recente hanno trascinato con sé, contrapponendola ai guasti creati dalle negazioni del passato, l'esigenza di restituire il massimo spazio possibile alla salvaguardia dei diritti inerenti alla vita di ogni singolo essere umano e alla comunità umana nel suo insieme, su uno sfondo di libertà e di rispetto per ogni attore della collettività sociale. La fede ha dovuto fare i conti con questo imponente affioramento di una novità straordinaria. Non si è sottratta al confronto, e dopo i rifiuti degli inizi ha accettato di correggere molti dei suoi punti di vista preesistenti, adattandosi a dimensioni che prima non si potevano nemmeno lontanamente immaginare. Vedere in questo mutato atteggiamento solo un colpevole arretramento, impedisce di misurare l'impatto che la dialettica con il progresso moderno ha esercitato sulla natura della coscienza religiosa, così come i modi secondo cui questa ha contribuito a segnare il volto specifico della modernità occidentale. Saremmo nelle condizioni di non poter fare altro che assolutizzare l'elemento della frattura e dello scontro. Alla fine, ci si ritroverebbe impigliati nella trappola della demonizzazione reciproca, allineandosi con l'insidioso pensiero dei fautori del progressismo unilateralmente dualista e laicizzato, che vede la religione e il mondo moderno come due universi da sempre in rotta di collisione, che si respingono a vicenda e vanno tenuti separati per impedire di farli confluire in una storia comune.

Esaltando il conflitto antimoderno si vanifica la grande intuizione ratzingeriana, che ha cercato di andare a riscoprire da dove è venuta fuori e cosa ha nutrito la svolta della secolarizzazione, cioè di quella "rivoluzione" che, per difendere l'uomo e soddisfare l'ampiezza del suo desiderio, ha poi imboccato la strada della polemica contro il religioso.  



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