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LETTURE/ Diritti umani e cristianesimo? Meglio seguire Ratzinger (fino in fondo)

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Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)  Jean-A.-D. Ingres, Napoleone I sul trono imperiale (1806; particolare)

Il mondo in cui viviamo ha visto l'avanzata progressiva della cultura delle libertà e dei diritti dell'individuo. I critici più severi arrivano a parlare di una "dittatura" che ci assedia: "È sufficiente che un individuo o un gruppo li invochi per bloccare qualunque opinione contraria".

Il rilievo polemico è ricavato dal recente saggio di Marcello Pera Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità (Marsilio 2015, p. 72). Per tentare di chiarire cosa si nasconda dietro il contrasto tra i due termini dello storico dissidio, il volume propone un itinerario scandito in diversi momenti. Punto di avvio è mostrare come la coscienza religiosa ha reagito all'emergere del trionfo dei diritti moderni, quando l'idea della persona depositaria di prerogative invalicabili da ciò che è esterno allo spazio della sua coscienza ha cominciato a farsi strada nelle élites intellettuali dell'Occidente europeo, infiltrandosi nei modelli di organizzazione giuridica della società a partire dalla svolta rivoluzionaria del Settecento illuminista. Si è trattato di un mutamento profondo di prospettive, percepito come un trauma dai tutori dell'ordine politico sacralizzato che aveva dominato la storia della cristianità per un lunghissimo arco di tempo plurisecolare. Nella logica del pensiero tradizionale, la fede stava al centro del mondo umano. Il potere discendeva direttamente da Dio e arrivava a plasmare non solo il codice delle norme morali, ma anche il linguaggio prescrittivo delle leggi positive. "Magistrati" e "prìncipi" erano gli strumenti attraverso cui il piano di salvezza si dispiegava all'interno della realtà temporale e conduceva gli uomini verso la realizzazione del loro fine ultimo. La vita si modulava su un ventaglio di compiti e doveri non scelti per inclinazione spontanea dal basso, ma oggettivamente richiesti da quella che appariva come la struttura vincolante della realtà delle cose, riflessa nella condizione naturale in cui si concepiva innestato ogni frammento dell'esistente, dalla coscienza dell'io andando fino alla natura della famiglia, ai contenuti dell'educazione, alle regole primarie della condotta civile.

Questo impianto di integrale subordinazione della vita umana al piano divino si può condensare nel principio della cristianità egemonica, fondata sull'alleanza di "sacerdozio" e "impero". Sembrano concetti di una lontana archeologia medievale, ma — come documenta Pera nelle parti iniziali del suo libro — è la mentalità che impregna ancora le prese di posizione dei papi dell'Ottocento, come Pio IX e Leone XIII. La cultura cristiana attaccata ai fasti del suo glorioso passato e il magistero dei massimi vertici della Chiesa presentivano lucidamente che l'edificio costruito sull'unanimismo cristiano non poteva reggere l'urto del nuovo spirito di tolleranza esaltante l'autonomia di scelta dell'individuo e il valore intangibile dei suoi diritti, e così si trovarono sospinti, almeno fino agli inizi del Novecento, a privilegiare la difesa a oltranza del primato che la fede intesa come strada obbligata per il destino del mondo aveva guadagnato assorbendo da ogni lato il tessuto dell'esperienza dell'uomo. 



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