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LETTURE/ Sei ebrei tedeschi in Palestina, il "sogno" di Herzl costa caro

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Tra un mondo linguistico e culturale dal quale sono stati rigettati e la partecipazione alla fondazione di un mondo nuovo che nella resurrezione dell'ebraico antico trova il suo atto fondativo. Sei personaggi sul ciglio di un'apocalisse che non sanno se interpretare come la morte del vecchio o la nascita del nuovo.

Assecondando il punto di vista delle singole personalità l'autrice illumina il complesso discorso del sionismo, tanto poco univoco quanto lo sono e lo sono stati gli ebrei nella loro storia millenaria: idolatri e monoteisti, orientali e occidentali, sefarditi e askenaziti, tradizionalisti e innovatori, conservatori e rivoluzionari, osservanti e atei, scienziati, mistici, musicisti e pittori.

Rifugiati sull'arca costruita per i sionisti da Lord Balfour, a cui si deve la Dichiarazione britannica che nel 1917 pose il diritto al "focolare ebraico in Palestina", stanno uno fianco all'altro il sionismo religioso e spirituale e il sionismo statuale che il primo considera come la propria negazione; il sionismo sociale dei kibbutz che assieme alla proprietà abolisce anche famiglia e religione, e il sionismo revisionista, sciovinista e armato, che si fonderà con quello politico con la nascita dello stato di Israele. Sono le figure multiformi del sionismo che si rincorrono nei pensieri, nei fantasmi e nelle paure degli uomini e delle donne narrate dal libro. 

Di loro solo alcuni sono sionisti della prima ora. Gabriele Tergit, la giornalista progressista berlinese, ad esempio, non lo era. Paul Mühsamil lo divenne solo in seguito. Con il sionismo prevalentemente culturale che affondava le sue radici nei Discorsi alla Nazione Tedesca di Fichte, Hugo Bergmann operò affinché la nascente cultura ebraica in Palestina fosse aperta all'ebraismo mondiale e alla cultura europea. Scholem fu profondamente deluso dalla parabola politica del sionismo che considerava una forma di prostituzione degli ideali dell'ebraismo al nazionalismo. Solo la Shoah ridimensionò il suo pessimismo. Il sionismo "utopista e romantico" di Zweig — corrispondente e amico di Freud, che in Palestina andò in analisi da Max Eitingon — non resse l'impatto con la nuova realtà. Dopo 15 anni di Oriente rientrò a Berlino Est portando con sé una posizione politica e culturale più vicina al giovane Marx della Questione Ebraica (1843) che non allo Stato Ebraico (1896) di Herzl. L'ebreo tedesco Karl Marx riteneva che la questione ebraica fosse un falso problema perché l'emancipazione dell'ebreo non poteva che coincidere con l'emancipazione dell'umanità. Mente per Herzl l'obbiettivo del sionismo è proprio la risoluzione della secolare questione ebraica.

Solo su due cose i sei personaggi studiati e raccontati da Claudia Sonino sarebbero stati fermamente d'accordo: nella volontà di distinguere il sionismo dal nazionalismo e nell'indicarne la sua diversità nella volontà di rispetto della comunità araba. Che non si sia trattato solo di un sogno travolto dalla realtà spetta agli epigoni offrirne la prova. Perché il destino di un sogno (sognato) è sempre affidato al risveglio del sognatore.



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