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STORIA/ Battesimo, chiesa, missione e fede. Cattolici? No, comunisti

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Palmiro Togliatti (1893-1964) (Foto dal web)  Palmiro Togliatti (1893-1964) (Foto dal web)

Tanto nella ricca e iniziale fase di incontro nei governi di unità nazionale, quanto nel successivo periodo dei reciproci antagonismi, il rapporto tra cattolici e comunisti ha assunto caratteri ed effetti su cui val la pena riflettere. Lo scontro tra queste due realtà toccò pressoché tutti gli aspetti della convivenza civile, arrestandosi praticamente soltanto davanti alla soglia del conflitto armato: religione, politica, ideologia, sentimenti furono mobilitati in una contesa che appariva epocale ed irrisolvibile, se non con la vittoria finale di uno dei due contendenti. 

Questa innegabile evidenza, tuttavia, non impedì lo sviluppo di comunanze e affinità che, nella prova dei fatti, risultarono maggiori di quanto uno sguardo sommario potrebbe lasciar intendere. Nello sforzo di combattersi con più efficacia i due contendenti finirono per rendersi più simili l'uno all'altro: cattolici e comunisti, spesso senza neppure accorgersene, furono condotti dalla forza delle cose e dalla logica del conflitto ad accogliere miti, tecniche, strutture omogenee tra loro, se non addirittura coincidenti, almeno speculativamente. Si pensi al frequente ricorso al mito del capo infallibile (Pio XII, Stalin, Togliatti) verso il quale nutrire devozione cieca ed ubbidienza assoluta; all'uso di forme di propaganda emotive e demonizzanti, riconducibili al tema del nemico sleale e traditore; allo sforzo di costituire un'infinità di organismi collaterali, disposti a cerchio, quasi a protezione, attorno alla Chiesa-madre; alla rincorsa verso l'adozione di tecniche di proselitismo più spregiudicate e moderne, come il cinema, il fumetto, la televisione. 

Soprattutto, proprio a causa del carattere globale dello scontro, era comune in entrambi gli schieramenti l'idea che l'educazione delle giovani generazioni fosse ormai un impegno ineludibile. La mobilitazione delle masse, nel Partito comunista, non veniva quindi attuata solo per un transitorio scopo politico, ma era concepita come la base indispensabile per poter costruire una figura nuova di uomo, orientato politicamente in un certo senso ma influenzato nel profondo da una fede e da una morale, secondo coordinate che ne investivano contemporaneamente la vita pubblica e quella privata. Per questi motivi, negli anni di massimo scontro, il Pci adottò lessico e strumenti operativi molto più vicini alla tradizione cattolica che a quella marxista leninista. 

Sarà sufficiente qualche rapido esempio. L'esperienza dei Pionieri fu costruita imitando i metodi educativi delle organizzazioni cattoliche per l'infanzia e la gioventù. La promessa del piccolo pioniere prevedeva infatti l'impegno ad "amare e rispettare i genitori", ad "essere primi nello studio ed aiutare i compagni di scuola", "ad amare i lavoratori e gli oppressi", a "salvare la pace e amare la patria". I giovani della Fgci furono invitati ad essere educatori dei più piccoli, ripetendo in un certo modo il rapporto intercorrente tra Giac e sezioni aspiranti. 



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