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EUGENIO CORTI/ Dall'Italia alla Francia e ritorno: la storia è più forte di ogni ideologia

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Eugenio Corti (1921-2014) (Foto dal web)  Eugenio Corti (1921-2014) (Foto dal web)

Ne è uscito un inserto decisamente interessante, che, lungi dal presentarsi come un "bigino" del Convegno francese, ha oltrepassato le intenzioni convogliate nel titolo; interpretandone però lo  spirito, per così dire, storiografico.

Ci spieghiamo meglio. "Le récit par images. Eugenio Corti", così suona la headline dei lavori alla Sorbona, ben rappresenta due istanze complementari: da una parte quella di esprimere una caratteristica messa sempre in luce dai recensori, e cioè la capacità dello scrittore di trasmettere il suo mondo interiore attraverso  le immagini; in modo tale che il significato che gli stava a cuore, mai scontato e quasi sempre controcorrente, si facesse strada attraverso processi descrittivi e raffigurativi. Attraverso la realtà, insomma, posta direttamente di fronte agli occhi dei lettori. Dall'altra quella di dar voce a un'aspirazione che negli ultimi anni si era fatta pressante in Corti: quella di essere presente nella "cultura delle immagini", che lo scrittore riteneva essere divenuta la forma rappresentativa ormai vincente, sperimentando una pratica narrativa in cui la componente visiva fosse prevalente. La terra dell'Indio (1998), L'isola del paradiso (2000) e Catone l'antico (2005) vanno in questa direzione.

Se non che questi aspetti, efficacemente compendiati nella sinteticità del titolo, non esauriscono la complessa stratificazione di senso che sta alla base della creatività di Corti; e rischiano di incanalarne la ricezione in binari troppo rigidi. Le relazioni, ovviamente, sono andate oltre; ma la titolazione complessiva tende a indirizzare le aspettative del pubblico verso un registro stilistico o una scelta di genere. Ciò che è emerso da questo simposio, invece, e che ha suggerito di riprendere il discorso in questa sede, crediamo sia stato soprattutto altro. Il fatto, cioè, che un autore platealmente ostracizzato, estraneo a qualunque tipo di promozione massmediatica, pesantemente avverso alla cultura dominante a lui contemporanea, sia stato fatto oggetto unico di un convegno internazionale di tali dimensioni, a soli due anni dalla morte e con il coinvolgimento di un paese che non è la sua patria.

Tutto questo, tradotto nei termini storiografici a cui si accennava prima, vuol dire che si comincia a guardare a quell'autore in una dimensione esterna alla contemporaneità immediata e all'appartenenza geografica; in una parola, in una dimensione "canonica". Lo si ospita, idealmente e ipoteticamente, all'interno di un canone.

Il che non è una novità, dato che un monumentale percorso saggistico dentro la letteratura italiana già qualche anno fa si intitolava eloquentemente Italica. L'Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti (François Livi, Lausanne, L'Âge d'Homme, 2012). Ma avere rilanciato ora questa prospettiva, quando l'inesorabile trascorrere del tempo provvede da sé a fare giustizia di autori e autorucoli; e averla rilanciata in modi accademici così contrastanti con l'indifferenza ufficiale a lui coeva, apre a sviluppi nuovi e a criteri di valutazione tutti da ripensare.

Il dossier proposto da Lineatempo vuole essere un contributo anche in questo senso.



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