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LETTURE/ Il "canone americano" di Bloom? Solo un (magnifico) cimitero

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Harold Bloom (Foto dal web)  Harold Bloom (Foto dal web)

Per arrivare a dire che la letteratura, più della psicoanalisi, rappresenta un modo efficace di conoscenza, Bloom ha letto a fondo anche Freud al fine di decretarne la semi-inutilità ai fini della consapevolezza umana.

La questione del canone americano in realtà è mal posta e nasce da un problema diverso che ha poco a che fare con gli autori del passato e molto con gli accademici e i critici del presente, oltre che con gli studenti. Le università non sono più viste come luoghi di acculturazione ma come origine di problemi sociali: questo atteggiamento fuorviante è nato alla fine degli anni Sessanta nella cosiddetta scuola del risentimento, un mélange di modelli privi di valori letterari che, tra l'altro, ha promosso autori mediocri in nome del politicamente corretto. Sostituire o ridurre la lettura, di qualunque autore, a un formato ideologico è il peccato originale di questa corrente per come l'ha vissuta Bloom: nei suoi sessant'anni di insegnamento è stato testimone di una parabola discendente grazie alla quale la letteratura è stata intesa come uno strumento di riforma sociale e la critica come un metodo. E su questo afferma un pensiero talmente semplice da sembrare vintage, su cui dovremmo riflettere anche al di qua dell'oceano. La critica non può nascere da un modello in cui inserire gli autori con l'etichetta valido-non valido. La critica deve nascere dalla passione per la lettura, dalle emozioni che provoca, siano esse positive o negative. 

In quest'ottica si capisce come Bloom parli di sublime riferendosi ad autori del passato se adesso la critica promuove in base a uno schema ideologico o, peggio ancora, commerciale. L'autore non è più libero di sporcare la pagina con il proprio pensiero originale, o se lo fa ci pensa l'editor a omologarlo per renderlo vendibile come un pollo al supermercato. Senza considerare che, soprattutto in alcuni paesi, chi scrive deve avere un seguito sui social media prima di firmare un contratto, con buona pace della creatività. Pensare al sublime con queste premesse è risibile. Dov'è la scrittura e, con essa, la buona critica? Alla fine tutti lavorano per abbassare il livello, apparentemente per avvicinare le masse, in realtà per far tornare i conti ai grandi gruppi editoriali che si accoppiano. Il risultato è la mediocrità, non l'aurea mediocritas di Orazio ma, come lo chiama Bloom, il trash. Perché anche se il sublime, come lo intende lui, non è cosa per tutti, perché non tutti possono riuscire "nel tentativo incessante di trascendere l'umano senza abbandonare l'umanesimo", è anche vero che l'ingegno viene spesso mortificato proprio da coloro i quali vogliono eliminare gli schemi e in realtà ne costituiscono di nuovi e più subdoli.

Per i lettori con passione non resta che leggere qualcosa di meno sublime, possibilmente poco rimaneggiato dall'editor, mentre Bloom continuerà a dedicarsi ai classici, con un unico rimpianto. Non aver conosciuto personalmente Sophia Loren. Ma almeno lei è ancora viva.



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