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LETTURE/ Il "canone americano" di Bloom? Solo un (magnifico) cimitero

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Harold Bloom (Foto dal web)  Harold Bloom (Foto dal web)

Eppure ci vorrebbe poco per evitare il malinteso, anche tra letterati, critici e scrittori, coloro dai quali ci si aspetta ponderatezza e imparzialità. Invece basta un libro ed ecco che si scatena il solito piagnisteo sul politicamente corretto, che è peggiore della puntura di una vespa.

Eppure basterebbe poco perché l'autore, Harold Bloom, ha rilasciato interviste in cui parla chiaramente di come, nella sua lunga carriera di accademico, abbia maturato le idee alla base di The Western Canon (1994) prima, e The Daemon knows (2016) dopo. E, a leggere bene, più che dalla sua cultura per se, le scelte sono state influenzate dal suo amore per la poesia e la lettura, che lo hanno trascinato nel mondo del sublime. L'accusa principale mossa al suo ultimo libro, pubblicato in Italia con il titolo Il canone americano, è che sia più un pantheon misogino che un'antologia del sublime: gli autori celebrati, a eccezione di Emily Dickinson, sono tutti uomini. Morti. Poco importa se Bloom cita nella prefazione, tra le meritevoli, autrici quali Flannery O'Connor e Marianne Moore, passate anch'esse a miglior vita. 

Per capire cos'ha trovato in questi dodici autori forse bisogna guardare alle esperienze del personaggio Bloom e farsi un'idea. Nato nel 1930 nel Bronx (New York City) da madre bielorussa e padre ucraino, cresce parlando yiddish. Gli scontri di quartiere con i ragazzini irlandesi si alternano alla lettura e all'esegesi della Bibbia in ebraico: molto presto nella sua vita Bloom impara a difendersi dagli altri e allo stesso modo sviluppa una capacità analitica particolare. Alla domanda di uno zio su cosa avrebbe fatto da grande, il piccolo Bloom risponde "voglio leggere della poesia". Mai nessuno avrebbe immaginato che, tanti anni e tanti libri dopo, sarebbe diventato professore a Harvard e a Yale contemporaneamente.

Dunque il giovane Bloom ama leggere in profondità gli autori, questo è il suo modo di conoscerli. Parla della lettura dei poeti inglesi fatta da giovanissimo come di una conversione, di un'esperienza totalizzante. E' così che alcuni scrittori, durante gli anni di insegnamento universitario, sono diventati l'archetipo. Una frase che Bloom ama citare durante le interviste ("That which I take from another is never tuition but only provocation") rende molto chiaro quale fosse il suo atteggiamento come professore e che tipo di dialettica si potesse sviluppare a lezione. Di certo i suoi studenti non si sono mai annoiati, nonostante Bloom insistesse su alcuni scrittori in particolare. Come per esempio Shakespeare, autore esemplare per lui: ai suoi studenti diceva di non essere interessato a una lettura freudiana di Shakespeare quanto piuttosto a una lettura shakespeariana di Freud. Infatti la cosa che colpisce Bloom è il primato di Shakespeare a introdurre la riflessione di un personaggio attraverso il soliloquio introspettivo. L'autoanalisi dell'antagonista Edmund, colpito a morte, in King Lear, non avrebbe precedenti in letteratura: nessun personaggio letterario si è mai "percepito" e posto delle domande come Edmund. Il monologo interiore costituisce dunque un primato che altri autori hanno potuto solo imitare. 



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