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LETTURE/ Quel Sud (Italia) di cui l'Europa non può fare a meno

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Lo sguardo di Veneziani è quello di chi, meridionale di nascita (Bisceglie 1955) e di vocazione, emigrando verso Nord ha avuto in dono dalla sorte la possibilità, dolorosa e preziosa insieme, di vivere in una lontananza che è l'unica speranza per "abitare il cuore inviolato dei luoghi e dei cari che altrimenti vedremmo morire intorno a noi". Così, in queste pagine appassionate l'autore ci conduce in un viaggio estetico, metafisico e "geospirituale" attraverso numerose tappe, ripartenze e ritorni, di cui vale almeno la pena citare alcuni significativi momenti:  la "controra" (la siesta meridionale, ossia il "Niente Radioso, la resa dorata al caldo, alla digestione, alla stasi antica del Sud" ), la "civiltà del pane" (la Puglia come "Terra del Pane"), la "ricerca del paese perduto" (il "posto che ami, dov'è la tua origine e che devi lasciare"), l'inscindibile binomio "We love Sud /we leave Sud", le terre aspre della Calabria, la Sicilia come "isolata regina nel cuore del Mediterraneo di cui è la sintesi, vivente e morente", la "metafisica del cannolo", il Sud dei vulcani che realizzando il sogno di Federico II diventa "locomotiva d'Italia e d'Europa", il Sud di Diogene, Pitagora, Parmenide, Zenone, Campanella e Vico, "patria del pensiero, laddove il contemplare eccede sull'agire". 

Veneziani è consapevole di come la nostra identità culturale mediterranea ed europea non possa prescindere dalla tradizione, ricchezza inesauribile e non sterile ripetizione di schemi ("la tradizione come risorsa e non come prigionia"). Proprio in quest'ottica il Sud può trovare la forza per reinventarsi e superarsi, come mostrano numerosi esempi meridionali di innovazione. Ad esempio, la giovane impresa aeronautica di Monopoli che costruisce ultraleggeri, la focacceria di Altamura che ha fatto chiudere il McDonald's con la sua spietata concorrenza oppure  la fattoria biologica del Belice che recupera antiche sementi di grano, frutta e legumi. Tradizione che significa anche ritornare all'origine, viaggiare alla ricerca del tempo perduto non appena per recuperare un passato ormai scomparso ma per "coltivare l'origine nel proprio cuore".

Sa scendere in profondità Veneziani, nel dipingere l'archetipo del "terrone globale" senza scadere in una facile e grottesca comicità ma toccando alcuni punti cardine della società italiana: l'importanza della famiglia e dei suoi affetti, la dignità del lavoro e dell'educazione, il rispetto per il sacro e per il bello, la pietas di fronte al dolore privato e alla morte. Due intensi e commoventi capitoli sono dedicati dall'autore alla morte della madre e del padre, ritratti nella fragile bellezza della loro vecchiaia (perché "i vecchi camminano un po' sbandando, come se fossero con un piede nei cieli e acquistassero ubriachezza di vita, portati dal vento"). Mentre la società dei media coltiva la spettacolarizzazione della volgarità e della trasgressione, il "dolore discreto", umile e silenzioso viene come rimosso ed esorcizzato. 



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