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LETTURE/ Quel Sud (Italia) di cui l'Europa non può fare a meno

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È però ancora possibile al mondo una tenerezza umana, sembra dirci Veneziani attraverso la stupenda descrizione della vecchiaia del padre, raffigurata come una progressiva "odissea senza ritorno": "Stava svanendo la sua mente e a volte, dopo una giornata trascorsa in casa, chiedeva di tornare a casa. Non era demenza senile ma una traccia di estrema lucidità e una richiesta disperata di aiuto: chiedeva di tornare in sé, di ritrovare il suo corpo e la sua mente, e usava la metafora più elementare, la casa, per invocare il ritorno" (p. 242).

Se almeno una volta nella vita avete attraversato le assolate regioni meridionali con mezzi di fortuna (si sconsiglia l'aereo perché contrario al sacro dogma della lentezza), se avete sperimentato gli effetti allucinatori di una lunga siesta pomeridiana, siete saliti su una corriera Scoppio (nomen-omen) Taranto-Palermo, vi siete fermati agli incroci e siete passati col rosso libero (ma, sempre: attenzione agli incroci), avete gustato un caffè soffiato in ghiaccio salentino, taralli, pizze, metafisici cannoli, o avete visto sulla terribile Salerno-Reggio Calabria motociclisti capovolti e uomini a petto nudo sbucare contromano in galleria sventolando magliette in segno di pericolo, ecco, questo è il libro che fa per voi. O se solamente avete curiosità del mondo e custodite nel cuore la nostalgia di luoghi o visi cari, almeno fermatevi per un attimo davanti a quest'ultima, prodigiosa, immagine che l'autore ci offre del ritorno. Ritorno al Sud, all'origine, alla calma e luminosa essenza della vita, come in un miracoloso radunarsi intorno alla tavola per ritrovare tutti i visi cari e amati in un momento di eterna grazia: "E non importa che avremmo poco o nulla da dirci e che resteremmo senza parole, sorpresi e stregati di ritrovarci per una volta insieme, vivi. Non ci diremmo nulla perché vorremmo dirci troppo, saremmo presi dalla voglia di vederci, di toccarci, le sole presenze parlerebbero al nostro posto. Stupiti di esserci" (p. 253).



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