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LETTURE/ Pasolini e la doppia verità di "Calderón"

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Dal Calderón di PPP andato in scena a Roma (Foto teatrodiroma.net)  Dal Calderón di PPP andato in scena a Roma (Foto teatrodiroma.net)

Nulla di male in ciò (ho già preso le distanze dal moralismo), e in fondo quasi sempre la poesia è costretta a giocare su due tavoli contemporaneamente, per passare attraverso le maglie del conformismo ideologico che regna in ogni epoca. L'abilità dell'artista consiste peraltro nel non strafare; ovvero, è tutta una questione di stile (e come altrimenti potrebbe funzionare, la letteratura?). Per tutto il dramma Pasolini mantiene in effetti un efficace equilibrio su questo filo di rasoio. E' solo nella scena finale che l'equilibrio crolla. L'ultimo sogno fatto da Rosaura — un sogno che la rende "felice" — è di trovarsi "in un lager, in un gelo tenebroso". La lunga descrizione che segue lascia lo spettatore profondamente a disagio: c'è qualcosa di opportunistico, in questa evocazione concentrazionaria (in cui si sente, fra l'altro, che Pasolini sta già pensando alla sensualità moralisticamente mascherata — altra "doppia verità" — di Salò). 

Ma non è questa, l'oscenità di Calderón. Se il sipario fosse calato su questa descrizione, il dramma avrebbe fornito l'immagine coerente di quella disperazione della contemporaneità che è la parte che resta più attuale fra i tanti, e spesso contraddittori, messaggi lanciati da Pasolini. E invece no: l'autore non riesce a fermarsi, e si concede un lieto fine in stile di realismo socialista. A un certo punto "[…] entrano gli operai. Hanno bandiere rosse/ strette nei pugni, con le falci e i martelli:/ hanno i mitra imbracciati; hanno fazzoletti/ rossi annodati al collo, sui colletti anneriti/ delle tute" ecc. Questa oleografia era già oscena (vabbè, diciamo: lievemente oscena) alla fine degli anni Sessanta; figuriamoci oggi! Ma, ripeto, il regista ha preservato con onestà tutto il testo, lasciando la valutazione agli spettatori. Tanto più che (ambiguità geniale di Pasolini) queste non sono le battute conclusive del dramma; e vale la pena di citare gli ultimi quattro versi, in cui un personaggio si rivolge a Rosaura: "[…] di tutti i sogni che hai fatto o che farai/ si può dire che potrebbero essere anche realtà./ Ma, quanto a questo degli operai, non c'è dubbio;/ esso è un sogno, niente altro che un sogno".

Due diverse interpretazioni sono possibili, e Pasolini sapeva e prevedeva che entrambe sarebbero state realizzate, nella mente degli spettatori. C'è l'interpretazione di superficie: — Ah, che bello se questo sogno si realizzasse! Ma la società ingiusta non lo permetterà mai (in questa interpretazione, il sogno è tale in senso accidentale). Ma c'è anche l'interpretazione profonda: — Questo è un sogno nel senso che l'immagine oleografica, la quale nasconde un intrico di violenza e oppressione, non esiste se non in un limbo ideologico, ed è venuto il momento di guardare alla realtà (in questa interpretazione il sogno è tale in senso, per così dire, ontologico: non può uscire dal suo ambito).

Ho assistito alla rappresentazione di Calderón nel teatro "Arena del Sole" di Bologna, dunque in un luogo in cui, per così dire, Pasolini "giocava in casa"; e, prevedibilmente, l'applauso finale è stato lungo. Eppure si sentiva in quell'applauso una vena di incertezza: molti degli spettatori (la cui intelligenza non dovrebbe mai essere sottovalutata) dovevano aver colto questo gioco della doppia verità… Allora torniamo al gran verso, solo apparentemente tautologico, di Pedro Calderón de la Barca: "Y los sueños, sueños son".



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