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STORIA/ Padre, psicologo e dio: la "religione" ai tempi del Pci

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Partigiani a Venezia nel 1945 (Foto Wikipedia)  Partigiani a Venezia nel 1945 (Foto Wikipedia)

"Il partito è una cosa seria e sacra", ricorda Roasio a Terracini nella seduta della direzione che discute il suo dissenso sulla costituzione del Cominform, e del "sentimento sacrale" che si aveva del partito in quegli anni parla anche Pietro Ingrao nei suoi ricordi di militante. Concetto Marchesi, nella seduta del Comitato centrale dedicata alla "questione Terracini", prorompe in una perorazione non tacciabile semplicisticamente di retorica ma da leggere come espressione di un sentire profondo che esemplifica all'estremo questa concezione religiosa e sacrale del partito. Un partito al contempo padre, psicologo e dio:
"Affidiamoci al partito, compagno Terracini, affidiamo al partito queste povere persone nostre soggette ai dubbi e agli errori, perché esso ci dà un'esperienza che colma la nostra esperienza, esso accresce la nostra libertà perché ci libera dalla servitù dei dubbi, delle torbidezze, delle incertezze e degli errori. Affidiamoci al partito; non credo che tu abbia bisogno di studiare ancora per restare con noi, per restare degnamente con noi nell'alto posto che tu hai meritato e che noi vogliamo conservarti; non credo che tu abbia bisogno di studiare per farti un'anima operaia perché questo dobbiamo ottenerlo da noi stessi. Farci un'anima operaia significa amare questa grande Russia che ancora ci riempie di stupore e che dà tanta gioia e tanta certezza di vittoria. E per questo, compagno Terracini, tu non hai bisogno di sfogliare libri; chiedilo, questo, alla storia della tua vita".
Come si vede, è nella stessa esperienza personale cui occorre attingere per ritrovare certezze. Si tratta di schemi ideologici consolidati, uniti alla persuasione di possedere con essi la chiave unica per comprendere la realtà, per governarla e indirizzarla sulla via di un profondo, positivo rinnovamento. Essi sorreggono ed insieme giustificano tale impianto emotivo e l'identificazione totalizzante con il partito che ne deriva. Vi è un esclusivismo comunista, un trionfalismo comunista, speculare a quello cattolico. I comunisti sono coloro che hanno un più esatto senso della realtà e delle necessità della vita nazionale.
Se il "battesimo" dava o confermava la "fede", l'attivismo ne verificava l'intensità. Le circolari dei dirigenti provinciali invitavano alla massima cura nella scelta dei quadri chiamati a far parte dei direttivi. La prescrizione era perentoria: "La scelta deve cadere in compagni che abbiano già dato prova di attaccamento e fedeltà al partito e che sono in grado di assolvere alla loro funzione e di saper applicare la linea politica del partito". Soprattutto le frange più radicali vedevano nel perfezionamento degli strumenti organizzativi la via migliore per mantenere in vita un partito sempre preparato al "combattimento"; un partito che fosse la versione adeguata ai tempi di guerra fredda di quella che era stata la forza armata della Resistenza in tempi di guerra calda.



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