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STORIA/ Padre, psicologo e dio: la "religione" ai tempi del Pci

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Partigiani a Venezia nel 1945 (Foto Wikipedia)  Partigiani a Venezia nel 1945 (Foto Wikipedia)

(Secondo di due articoli). Ancora più emblematico del carattere fideistico dell'appartenenza al partito e della centralità del possesso della tessera, è il racconto-testimonianza della compagna Dina Guadagnini, segretaria dell'Udi di Bologna nell'immediato dopoguerra. Si tratta di un'esternazione drammatica e toccante che ben chiarisce quanto profondi e intimi fossero i legami tra i militanti e il partito, in cui il secondo, per i primi, equivaleva non ad una ma alla suprema ragione per cui valesse la pena vivere:
"Se permettete, di una cosa debbo parlare alle compagne. Colombi questa mattina ci ha detto che presto sarà distribuita la tessera effettiva del partito. Bisogna imparare ad apprezzare la tessera del partito. Ho potuto riscontrare che nelle nostre sedi si trovano portafogli con tessere del partito dentro, lasciate qua e là. Questo dimostra che non si dà importanza alla tessera. Ma, compagne, se pensiamo che la tessera del partito può capitare in mano ai nostri nemici, che la possono falsificare e poi entrare in mezzo a noi, è questa una grave colpa. Io ho esperienza dell'Unione Sovietica, in quanto ho avuto la fortuna di vivere qualche anno là e so che il partito comunista si soffermava molto a richiamare l'attenzione su questo; perché appartenere al partito comunista è l'onore più grande che possiamo avere. Quando il compagno Fausto mi consegnò la tessera del partito, mi sentii una certa cosa e dissi: sono io degna di portarla con me? Se domani io non fossi più degna di portare questa tessera, non potrei più vivere; perché non è il partito che ha bisogno di me ma sono io che ho bisogno del partito, in quanto ho traversato nella vita momenti molto duri, ma pure il partito mi ha dato la vita. Quando penso che il partito c'è un poco anche per me, questo mi dà forza a superare tutte le crisi. Sono stata in carcere, poco per fortuna, ma io non mi demoralizzavo mai perché pensavo che fuori c'era il partito che mi aspettava e che il mio posto era fuori. Quindi perdete piuttosto la fidanzata, la moglie, tutto quello che volete, ma non perdete la tessera del partito".
Il partito, in quanto investito di un compito di immensa portata, è tutto per il militante: origine e fine della propria esistenza. Il culto dei dirigenti, la disciplina, la gerarchia, il conformismo, rappresentano la condizione affinché il partito possa assolvere al compito che gli è proprio di trasformare la realtà. Non c'è salvezza fuori dal partito proprio perché il compito che deve assolvere è di questa portata. Soprattutto non c'è società senza il partito. La società che il Pci si trova di fronte è infatti un coacervo indisciplinato di tendenze contraddittorie: lasciata a se stessa non può che confermare la continuità del dominio capitalistico e produrre anarchia e fascismo.



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