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LETTURE/ Betocchi e la "rivelazione" che riempie il nostro sguardo

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Carlo Betocchi (1889-1996) (Foto da centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it)  Carlo Betocchi (1889-1996) (Foto da centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it)

Voglio partire dal 1925, dall'anno di uscita di Ossi di seppia che qualche equivoco ha generato in merito alla pertinenza e attinenza con l'ermetismo di Montale. Un anno topico, se si vuole, perché oltre gli Ossi che aggettano al Novecento da poco inaugurato da Ungaretti con il Porto sepolto, viene pubblicata in Italia anche la seconda antologia poetica del futurismo, decisamente retrograda rispetto l'indirizzo che aveva ormai preso la nostra poesia. E arrivare fino al 1941, con Frontiera di Vittorio Sereni, l'opera che va senza dubbio considerata conclusiva della stagione ermetica, opera che segue di un anno appena Avvento notturno di Mario Luzi, capolavoro da valutare apice dell'ermetismo costola fiorentina. 

E nel mezzo? C'è anche Carlo Betocchi (1899-1986): non dimentichiamolo più, per favore. Già è stato lasciato fin troppo in ombra, tra ermetismo fiorentino e altro Novecento, gigante tra l'una e l'altra sponda. Lui è pressoché nel mezzo, anche cronologicamente, con il suo esordio datato al 1932 con Realtà vince il sogno, un titolo pasoliniano mi verrebbe da dire. Un anno anche questo che qualche equivoco ha generato su di lui, visto che Quasimodo con Oboe sommerso e Gatto con Isola di fatto hanno originato e codificato la poetica e la grammatica dell'ermetismo. Carlo Betocchi non ha a che farci, nonostante i fiorentini Luzi (che lo stimava suo maestro), Bigongiari (più distaccato) e Parronchi (ma questo poeta è ancora un'altra storia), la sua poesia non è di quella linea lì, si trova a quell'altezza temporale ma è tutt'altra cosa (E detto per inciso a metà strada tra Ossi e Occasioni, 1939, di Montale). 

"Io un'alba guardai il cielo e vidi/ uno spazioso aere sulla terra perduta;/ negletta cosa stava tra i suoi lidi,/ tra gli spenti smeraldi oscura e muta" questa la prima quartina in Realtà vince il sogno. Carlo Betocchi sta recandosi al lavoro in bicicletta, sui cantieri della statale Arezzo-Siena, lo farà per una vita o quasi, e lo sguardo è colmo di crescente stupore per il creato, fino a chiudere la poesia così: "E dentro i nostri cuori era come/ dentro valli ripiene di nebbie e di sonno/ un lento ascendere dello splendore/ che poscia illuminò i monti del mondo" (e se qui trascrivessi una delle tante "albe" di Alfonso Gatto lo stacco dall'ermetismo risulterebbe lampante). La realtà, perché è realtà quella di Betocchi, si manifesta e si traduce in illuminazione interiore, la poesia diventa per l'autore un inno di lode alla creazione.

Giorgio Caproni, l'amico di una vita, vi avrebbe intravisto il cristiano realismo della stringatissima ispirazione la quale, pur tenendo l'occhio costantemente puntato al cielo non perde mai di vista la terra. E Betocchi la terra e l'uomo non l'ha mai perse di vista, lui che ha saputo con cuore e spirito forte affrontare una vita di fatica materiale non comune, una vita però che ha dato linfa inesauribile alla sua poesia che origina da un ben definito clima familiare e ha precise e solide radici: l'amore, la povertà, la gioia, la pena quotidiana, l'umiltà accettate con autentico spirito francescano. 



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COMMENTI
09/06/2016 - un poeta (laura cioni)

Bello e utile questo scritto. Grazie da una grande ammiratrice di Betocchi.