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LETTURE/ Edgar Lee Masters, reagire alla morte in questo mondo

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Ecco, dunque, la centralità, nei classici, del viaggio agli Inferi, da Ulisse (anche se egli, in verità, non scende agli Inferi, ma ne evoca le anime), a Virgilio e a Dante. E proprio a partire da tale premessa si comprende, secondo Porta, l'immensa fortuna della Spoon River Anthology, "che ha avuto più lettori di qualsiasi altro libro di poesia moderna e contemporanea", perché "il punto di vista di Edgar Lee Masters non approda a quel pessimismo radicale che fu di Leopardi (basti pensare alla canzone A Silvia o al pur affine Coro di morti nelle Operette morali), ma conserva una vitalissima capacità di reazione al di qua della morte. La poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare di lontano catastrofi individuali e sociali" (ibid.).
Così, troviamo varie volte nell'Antologia un riferimento ai grandi poeti di ogni tempo, quali fonti cui abbeverarci: per esempio, Jack il cieco (p. 201), morto alla fine di un pessimo scherzo tesogli da due ubriachi, dopo che aveva suonato il violino tutto il giorno alla fiera, ora, nella dimensione ultraterrena, insieme con tutti i suonatori "dal più grande al più umile, / scrittori di musica e narratori di storie", resta seduti ai piedi di "un uomo cieco con la fronte / candida e larga come una nuvola", che canta la caduta di Troia. La grande poesia accompagna le nostre vite e ne costituisce il referente che le proietta fuori dalla banalità del contingente e dell'inautentico.
Altro merito di Lee Masters, inoltre, è l'averci parlato del problema centrale di ogni ricerca poetica e di senso: il problema della Verità, ma senza tentare il salto o il volo verso il Sublime, verso le vette dell'indicibile (p. 19): il Diacono Taylor (p. 167), in soli undici versi, ci illustra meglio di un trattato morale che cosa siano l'ipocrisia la coerenza: uomo di moralità pubblicamente rigorosissima, morì, secondo gli abitanti del paese, per aver mangiato troppe angurie; nessuno sospettava che avesse la cirrosi epatica per le sue bevute furtive.
Ma, forse, uno dei più belli fra gli epitaffi dell'Antologia è quello di Lois Spears (p. 155): nata cieca, non ha coltivato spirito di rivalsa verso il destino che l'ha menomata, ma è stata invece una donna felice: "io ero la più felice delle donne (...) / avendo cura dei miei cari, / e facendo della mia casa / un luogo di ordine e di generosa ospitalità": il problema della ricerca di senso viene da questo personaggio affrontato e risolto senza voli pindarici di tensione teorico-formale, ma, semplicemente (si fa per dire: non è affatto poco!) nella felicità del quotidiano, nel gestire la sua dimora con la serena sicurezza di chi sente di non essere in credito con la vita: "perché io passavo per le stanze /e giravo per il giardino / con un istinto più sicuro della vista, / come se ci fossero occhi sulle punte delle mie dita".



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