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LETTURE/ Edgar Lee Masters, reagire alla morte in questo mondo

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Cento anni sono passati dalla pubblicazione, nel 1916, dell'Antologia di Spoon River, con cui Edgar Lee Masters divenne uno degli scrittori più celebri della letteratura americana e mondiale; e nel trentennale della prima pubblicazione della traduzione di Antonio Porta (1986), ora Il Saggiatore ripropone il testo, a cura di P. Montorfani (pp. 645, 24 euro) e con la premessa di Porta stesso, che ci rivela ancora la sua forza.
Vero è che (p. 618) le traduzioni "invecchiano a una velocità assai superiore a quella delle opere di partenza, è nella loro natura di testi di servizio, inevitabilmente sbilanciati verso nuovi lettori e verso la loro lingua in costante movimento"; sono "ponti che arrugginiscono con il tempo, mentre sotto, limpido e inalterato come il primo giorno, protetta dalla sua stessa essenza di 'classico', continua a scorrere intatto il fiume del capolavoro originale": sono queste le parole di Porta ("Come sono deperibili le traduzioni dei poeti", Corriere della Sera, 6 marzo 1988), opportunamente riprese dal curatore, il quale ricorda come, oltre alla sfida costituita dalla necessaria revisione di tono e stile rispetto alla storica traduzione di F. Pivano, che datava ormai a quarant'anni prima, gli epitaffi poetici di Lee Masters intercettavano un filone importante nella produzione letteraria del poeta milanese, in quegli anni che sarebbero stati gli ultimi della sua vita.
Mentre infatti traduceva L'Antologia di Spoon River, Porta lavorava contemporaneamente a Melusina. Il giardiniere contro il becchino; inoltre, stava scrivendo le poesie che sarebbero fluite in Yellow, e collaborava con vari giornali. Nella produzione degli anni 1986-1987 (Porta sarebbe morto nel 1989), si ritrovano testi imperniati sul tema della morte, su interrogativi relativi alle questioni ultime, ma "proiettati su un orizzonte di eternità" (p. 619), in cui non è difficile vedere memorie più o meno consapevoli di Lee Masters.
Nella sua Introduzione, qui ristampata, Porta, rievocando la vita e l'opera di Lee Masters, al di là del debito, evidente, con i classici, in primis quello con l'Antologia Palatina, lo definisce "il primo 'arrabbiato' della letteratura americana" (p. 18): la "rabbia" nasceva dall'esperienza diretta di fatti, peccati e miserie umane, di cui, spesso, solo un uomo di legge — tale era la professione di Lee Masters — viene messo a parte, finendo per conoscere l'animo umano come e forse meglio di un confessore.
Ma la rabbia, come pure la suggestione dei classici greci non sono sufficienti a spiegare la genesi dell'Antologia di Spoon River: Porta osserva, infatti, che serve un "di più", per creare un'opera come questa. La poesia, infatti, "diventa forte quando il poeta la fa nascere da un di là della vita o, se si vuole, dalla vita che è passata attraverso il setaccio della morte. Se la poesia pone, ai suoi livelli più alti, un problema di verità, come credo, allora l'attraversamento della fine diventa una premessa essenziale" (p. 19).



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