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LETTURE/ Chi ci ha ingannati sul "vero" Gozzano?

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Cento anni fa, stremato dalla tisi, moriva Guido Gozzano (1883-1916). Poeta grande, profetico, anche se con versi apparentemente così "facili", su cui si è posata troppa polvere di una critica ingenerosa. Gozzano, come giustamente ricorda Giusi Baldissone nell'introduzione alle sue Opere (Utet), non fu "un molle cantore inconsistente". Tutto il contrario. L'anniversario è l'occasione per riassaporarlo e togliere qualche etichetta posticcia. In primo luogo, quella del poeta "crepuscolare", del cantore solo delle "buone cose di pessimo gusto", dagli orizzonti ristretti, che per qualcuno non erano più ampi del suo amato Canavese o delle riposanti mura di Vill'Amarena, dove si aggirava il piccolo sogno della signorina Felicita ("ma i bei capelli di color di sole, / attorti in minutissime trecciuole, ti fanno un tipo di beltà fiamminga…"). 

A fare ordine aiuta un delizioso cofanetto appena mandato alla stampe dalle Edizioni Raffaelli. Ci sono le due raccolte principali: La via del rifugio (1907, con la splendida poesia "Le due strade") e I Colloqui del 1911, il tempo della piena maturità e dei capolavori come "La signorina Felicita ovvero la felicità" o "L'amica di nonna speranza" (e che ebbero in apertura una funebre e struggente illustrazione di Leonardo Bistolfi). Ma la ristampa di questi classici è soprattutto accompagnata da un ficcante saggio di Gianfranco Lauretano, "Guido Gozzano. Il crepuscolo dell'incanto" che sottrae il poeta da quel limbo di inferiorità in cui è stato troppo tempo confinato. 

Il primo a inoculare il virus del crepuscolarismo (come a dire: nulla a vedere con i grandi contemporanei come Pascoli e D'Annunzio) fu Giuseppe Antonio Borgese. Per lui "crepuscolare" significava "una certa volontaria e studiata sciatteria; la sintassi prosaica, l'epiteto diminutivo, la quartina pedestre, il verso ritmicamente insipido…". E, quindi, Gozzano come uno dei retori "dell'ingenuità e della semplicità. E poiché non han nulla da cantare, ma sentono un veritiero bisogno di cantare, s'attaccano alle quisquilie… È una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne". 

No, Gozzano non era una voce che si spegneva, ma un poeta modernissimo che avrebbe intuito come pochi il secolo del disincanto e "delle passioni tristi". Per questo basterebbe prendere "Cocotte", poesia emblematica sul "male di vivere", intrisa di nostalgia, in cui si rincorrono immagini forti come il desiderio di maternità di una donna d'appuntamenti, i sogni infranti di un bambino (tra "naviganti e Isole Felici"), il tema della bellezza fuggevole ("la discesa terribile degli anni") o l'aspirazione all'amore-per-sempre ("Oggi t'agogno, / o vestita di tempo! Oggi ho bisogno / del tuo passato! Ti rifarò bella / come Carlotta, come Graziella, / come tutte le donne del mio sogno"). 



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